<%@LANGUAGE="VBSCRIPT" CODEPAGE="1252"%> krugman, crisi europa, bernardino tolomei
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Un Continente alla Deriva
 
di Paul Krugman
 

Traduzione: Bernardino Tolomei


MADRID. Sono preoccupato per l'Europa. Anzi, sono preoccupato per il mondo intero: non c'è un porto che sia al riparo dalla tempesta economica globale. Ma la situazione in Europa mi preoccupa anche più di quella in America.
Per esser chiaro, non sto rispolverando la vecchia lagna americana che in Europa le tasse sono troppo alte e le protezioni troppo ampie. La causa dell'attuale crisi dell'Europa non sono i grandi stati sociali. Anzi, come spiegherò più avanti, essi sono un fattore di compensazione.
Il pericolo chiaro ed imminente per l'Europa in questo momento viene da un'altra parte: il continente non riesce a dare una risposta efficace alla crisi finanziaria.
L'Europa è a corto di rimedi in termini di politica sia fiscale che monetaria: è di fronte ad un crollo altrettanto grave di quello degli USA, ma sta facendo molto di meno per combattere la congiuntura negativa.


Sul versante fiscale il confronto con gli USA è impressionante. Molti economisti, me compreso, hanno detto che il piano di incentivi dell'amministrazione Obama è troppo limitato, data la profondità della crisi. Ma l'azione dell'America fa apparire irrisorio tutto quello che stanno facendo gli europei.
La differenza nella politica monetaria è altrettanto profonda. La Banca Centrale Europea è stata molto meno dinamica della Federal Reserve: è stata lenta nel taglio dei tassi d'interesse (anzi li aveva alzati lo scorso luglio), ed ha evitato qualsiasi forte misura mirata a sbloccare il mercato del credito.
La sola cosa che gioca in favore dell'Europa è proprio quella per la quale è più criticata, l'estensione e la generosità dei suoi stati sociali, che stanno attutendo l'impatto del tracollo economico.
Non è cosa da poco: una copertura sanitaria garantita e generose indennità di disoccupazione assicurano che, almeno sino ad ora, in Europa non ci sia tanta umana sofferenza quanta ce n'è in America. E questi programmi aiuteranno anche a sostenere i consumi nella crisi.


Ma questi "stabilizzatori automatici" non possono sostituire un'efficace iniziativa. Perché l'Europa non è all'altezza? La modestia della leadership è solo una parte della storia. I dirigenti delle banche europee, a cui è completamente sfuggita la gravità della crisi, ostentano ancora un incomprensibile autocompiacimento: in America, per sentire qualcosa di paragonabile alle incompetenti filippiche del ministro delle finanze tedesco, bisogna ascoltare ... be', i repubblicani.


Ma c'è un problema più profondo: l'integrazione economica e monetaria dell'Europa è andata troppo avanti rispetto alle sue istituzioni politiche. Le economie delle molte nazioni europee sono legate tra loro quasi altrettanto strettamente delle economie dei vari stati americani, e la maggior parte dell'Europa ha una moneta comune. Ma, diversamente dall'America, l'Europa non ha quelle istituzioni comuni a tutto il continente che sarebbero necessarie per affrontare una crisi di dimensioni continentali.


Questa è la causa principale della mancanza di un'iniziativa fiscale: non c'è un governo che possa prendersi una responsabilità nei confronti dell'economia europea nel suo insieme. Quello che l'Europa ha, al contrario, sono tanti governi nazionali, ciascuno dei quali è riluttante ad accumulare un pesante debito per finanziare incentivi che porterebbero molti, se non la maggior parte, dei benefici agli elettori di altri paesi.


Ci si potrebbe aspettare che la politica monetaria fosse più energica. Dopo tutto se non c'è un governo europeo c'è una Banca Centrale Europea. Ma questa non è come la Fed, che può permettersi qualche avventura perché ha alle spalle un governo nazionale unitario, un governo che si è già mosso per condividere i rischi degli azzardi della Fed, e sicuramente ne coprirà le perdite se gli sforzi per sbloccare i mercati finanziari dovessero fallire. La BCE, che deve rispondere a 16 spesso litigiosi governi, non può contare su uno stesso grado di sostegno.
In altri termini, l'Europa si sta rivelando strutturalmente debole in tempi di crisi.L'interrogativo maggiore è: cosa ne sarà di quelle economie europee che ebbero un boom nel clima da soldi facili di qualche anno fa, quella spagnola in particolare.


Per buona parte dello scorso decennio la Spagna è stata la Florida d'Europa, con un'economia che galleggiava su un vasto boom speculativo dell'edilizia. Come in Florida ora il boom si è trasformato in un crack. Ora la Spagna deve trovare nuove fonti di reddito e di impiego per rimpiazzare la perdita di posti di lavoro nell'edilizia. In passato avrebbe cercato di aumentare in competitività svalutando la propria moneta. Ma ora sta dentro l'euro; e la sola via praticabile sembra essere un graduale processo di taglio dei salari. Un processo difficile nei tempi migliori, che sarà indicibilmente penoso se, come sembra anche troppo probabile, l'economia europea nel suo insieme negli anni a venire sarà depressa e tendente alla deflazione.


Significa che l'Europa ha avuto torto ad integrarsi così strettamente? Significa in particolare che la creazione dell'euro è stata uno sbaglio? Forse
Ma l'Europa può ancora smentire gli scettici, se i suoi politici cominceranno a dar prova di una leadership più forte. Ci riusciranno?


Fonte: The New York Times ( http://www.nytimes.com/2009/03/16/opinion/16krugman.html?scp=3&sq=krugman&st=cse ) Data: 16.3.2009


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