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Giudici
di Bernardino Tolomei
 

Sonia Sotomayor, nominata lo scorso maggio da Obama giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, è in questi giorni sottoposta all'audizione presso la commissione del senato che deve decidere se ratificare la sua nomina. Naturalmente i più accaniti sono i senatori repubblicani, che non le risparmiano domande e critiche.

Non sono un adoratore di tutto quello che viene definito il "sistema anglosassone", e che dalle nostre parti gode di uno status speciale e viene citato a raffica a qualsiasi proposito. Anzi non capisco perché, quando si parla di qualcosa che in Italia non funziona, e capita molto spesso, invece di dire sempre "in America (o in Inghilterra) fanno così", magari qualche volta non ci spiegano come si fa in Svezia, o in Islanda, o magari, perché no, in Thailandia.

In questo caso poi la cosa appare quasi paradossale: la prima donna ispanica, nominata dal primo presidente di colore (almeno a metà), che, partita dagli slum del Bronx, arriva alla Corte Suprema, viene messa sotto il torchio da dei conservatori che l'accusano di avere pregiudizi etnici e di genere. In particolare l'aver detto che il suo sesso la sua appartenenza etnica hanno influenzato le sue decisioni come giudice, è sembrato sufficiente per qualificarla come un'attivista, non dotata della necessaria imparzialità. Come se tutti, giudici compresi, non fossero condizionati dalle proprie esperienze e dal proprio ambiente.

Forse sbaglio, ma francamente mi sembra un po' troppo. In questo caso non penso che sui tratti tanto della solita strumentalizzazione di una data parte politica contro un'altra, quanto di un formalismo istituzionale, forse anche di una specie di idiosincrasia di stampo puritano, che in America non di rado affiora nella politica, anzi nell'idea stessa di morale pubblica.

Detto questo però non posso impedirmi di confrontare questo episodio con un fatto nostrano: un giudice della Corte Costituzionale, che tra un paio di mesi dovrà esprimersi al più alto livello su una legge varata da una maggioranza, non solo invita a cena l'autore (almeno formale) di questa legge, nonché "suo" ministro, assieme al capo di quella maggioranza e di quel governo e al suo braccio destro e addetto alle pubbliche relazioni, ma quando qualcuno lamenta il fatto, reagisce con arroganza dicendo che lui a casa sua invita chi gli pare, che intende farlo ancora, che non si sogna di astenersi quando dovrà esprimersi sulla legge in questione. Beh, questo signore alla Corte Suprema americana non ci sarebbe mai arrivato di sicuro, ma ammesso che ci fosse riuscito, lo avrebbero già cacciato con un calcio nel sedere.

Cosa volete: a qualcuno troppo, a qualcun altro niente.

 
Manovalanza
 

Fonte: Media Lens ( http://www.medialens.org/alerts/ ) 8.7.2009

Autore: David Cromwell, David Edwards

Traduzione: Bernardino Tolomei


In un recente articolo abbiamo detto come la grande impresa moderna sia un'entità intrinsecamente rapace, persino psicopatica. Abbiamo rimarcato che i dirigenti del mondo degli affari sono legalmente obbligati a subordinare il bene dell'uomo e dell'ambiente al profitto.


Dunque è inevitabile che le grandi imprese non si limitino all'arena economica. Anzi, come ha osservato John Dewey (1), "la politica è l'ombra gettata sulla società dal mondo degli affari". Per decenni le imprese hanno collaborato tra loro per garantirsi che le scelte offerte dalla "democrazia rappresentativa" rappresentassero tutte la loro avidità di massimizzare i profitti. E' un compito difficile. Non viviamo in una società totalitaria, la gente potenzialmente ha una enorme facoltà di intervento. Quindi lo scopo è di persuaderla che la scelta politica sponsorizzata dalle imprese è importante, è più valida. Il compito dei politici su tutti i punti dell'ipotetico "ventaglio" è di apparire appassionatamente integri mentre partecipano a quella che in sostanza non è che una parodia.


Così il giornalista Con Couglin, del Daily Telegraph , in un commovente pezzo, ha criticato le recenti elezioni in Iran:

"... le speranze di democrazia di tutti quei coraggiosi iraniani che sono scesi per le strade alla fine saranno vane. Anche se Khatami dovesse sacrificare Ahmadinejad per la sopravvivenza del regime, il presidente sarebbe semplicemente sostituito da un altro leader iraniano il cui primissimo pensiero sarebbe di proteggere i fondamenti ideologici della rivoluzione islamica khomeinista." (Daily Telegraph, 17/07/2009)


Un articolo del Guardian condivideva l'amarezza del Telegraph:

"Gli iraniani non vogliono un'altra rivoluzione. Volevano dalla repubblica islamica delle risposte e la capacità di evolversi. Ma c'è un limite alle volte che puoi andare ad un pozzo che ogni volta si rivela secco." (The Guardian, 20/07/2009)


Il Guardian non lo dice, ma il "pozzo" è secco come un osso anche in Gran Bretagna e in America. Considerate il nostro sistema politico:


1. Possibilità di un'azione politica significativa per coloro che si oppongono al militarismo USA-UK, e alle guerre di aggressione: NESSUNA.


2. Possibilità di azione per coloro che si oppongono al socialismo per i ricchi e al capitalismo per i poveri: NESSUNA


3. Possibilità di azione per coloro che antepongono alla massimizzazione dei profitti d'impresa una autentica azione di freno al catastrofico cambio climatico: NESSUNA


4. Possibilità di azione per coloro che cercano nei media "mainstream" un supporto per un autentico cambiamento: NESSUNA


5. Possibilità di azione per coloro che desiderano eleggere dei politici con carisma e sorriso tipo "fidatevi di me": ALTISSIME


E' a causa del punto 4 che i punti da 1 a 5 sono immersi nella nebbia e nella menzogna. Qualche lettore forse ci sgriderà, sostenendo che sul cambio climatico sicuramente è stata presa qualche iniziativa. Come osiamo travisare così pesantemente i fatti? Come possiamo essere così negativi? Obama, per esempio, si è certo impegnato seriamente a rendere piàù verde l'industria automobilistica americana. In un prossimo articolo speriamo di riportare le risposte di alcuni scienziati del clima ad alcune domande elementari; abbiamo chiesto quanto hanno davvero progredito i governi nel contrasto al cambiamento climatico: erano al 5, al 10, al 50% del percorso? Uno dei massimi scienziati del clima al mondo a risposto con un secco 0%.


Il compito dei media è di fingere che "si sta facendo qualcosa"; che le elezioni, per esempio, sono utili, addirittura "storiche". Come ha scritto un reporter del Guardian scrupolosamente obbiettivo sulla vittoria di

Obama:


"Il solo fatto di vivere in un tempo in cui è evidente che si sta facendo la storia è stato esaltante e appagante." (The Guardian, 05/11/2008)


Lo stesso giornale scrisse dell'elezione di quell'altro grande eroe liberal, Tony Blair:

"Pochi ormai cantano 'Risorgi Inghilterra', ma l'Inghilterra è risorta lo stesso." (The Guardian, 02/05/1997)


[ ... ] Il recente scandalo dei rimborsi, naturalmente, era ben noto da molto tempo a politici e giornalisti, ma vi si fece appena qualche cenno.

La rivelazione di fondo dello scandalo non è che i parlamentari abbiano derubato i contribuenti, ma che loro siano parte di una "cospirazione criminale organizzata", un club dell'élite politico-imprenditoriale. Perché è importante? Perché queste sono le stesse persone che sempre sostengono di essere mossi da principi morali nella loro politica interna ed estera. La Serbia, l'Afghanistan e l'Iraq, ci hanno detto, dovevano essere bombardati per difendere i diritti umani.


Queste menzogne erano protette da un'apparenza di sincerità, dal presupposto che i nostri politici siano fondamentalmente ben intenzionati. La realtà, come ha osservato il deputato George Galloway, è che la Camera è un posto dove si può assistere al curioso spettacolo di "un brivido alla ricerca di una spina dorsale per la quale salire".


I giornalisti della grande stampa, che apparentemente lavorano per proteggere la società da questa corruzione, sono parte dello stesso sistema, lo stesso club d'élite. In un opuscolo del 2001 intitolato"Guida dell'Attivista all'Utilizzazione dei Media", George Monbiot alla voce "Integrità" scrisse:


"Noi siamo gente genuina, non siamo manovalanza in difesa di privilegi imprenditoriali o istituzionali. Lo si vede da questo: un aperto e diretto appello al buon senso può sovrastare con grande risonanza il clamore dell'opportunismo e della propaganda. Se teniamo libero il nostro messaggio ed andiamo diritti al punto, possiamo ottenere un effetto devastante."


L'ovvia deduzione è che i giornalisti "mainstream" (compreso Monbiot che ora, nel 2009, è al Guardian) sono "manovalanza in difesa di privilegi imprenditoriali o istituzionali".


1) Filosofo e pedagogista americano (1859-1952) (ndt).

 
 
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