22 luglio 1944. La strage di San Miniato.
Una sessantina di morti, due lapidi, un responsabile, ed una nostra piccola scoperta.
Di Marco Ottanelli
Ricorre il 65° anniversario della strage di San Miniato, paese della provincia di Pisa a metà strada tra quest'ultima e Firenze. Vogliamo raccontare questa storia perché ha dei risvolti particolari ed originali, e perché è l'esempio di come la violenza confonda, inganni, lasci le sue tracce anche nei decenni a seguire.
1944: il fronte di guerra attraversa la Toscana. La regione paga un prezzo altissimo, in termini di distruzioni e di vite umane. Mentre i bombardamenti alleati si accaniscono su città e paesi, e mentre truppe di tutto il mondo si scontrano con la wehrmacht: francesi, senegalesi, marocchini, canadesi, statunitensi, britannici, polacchi, persino il corpo di spedizione militare brasiliano, che lascerà molti caduti sulle Apuane.
Le conseguenze sulla popolazione sono drammatiche. E, forse ancor più drammatico, è il susseguirsi di stragi su cittadini inermi che le SS di Kesserling, sempre guidate, condotte sui luoghi e coadiuvate dalle camice nere e dai repubblichini fascisti. La Toscana registrerà, a fine conflitto, una cinquantina di “grandi stragi”, disseminate in tutte le province, e decine e decine di “episodi minori” (anche se è drammaticamente improprio definire minori fucilazioni, impiccagioni, uccisioni e rastrellamenti).
Nel luglio di quell'anno, i tedeschi approntano la Linea Heinrich , attestandosi sulla riva nord dell'Arno. Il loro lentissimo ritirarsi provocherà gravissime conseguenze lungo tutta la riva sud, dove sarà parzialmente attuata una politica di “terra bruciata”, e ritarderà di alcune settimane la liberazione di Firenze (nei quartieri settentrionali della quale combatterà Sandro Pertini), di Prato, di Pistoia e della Versilia, e permetterà alle forze dell'Asse di completare quella formidabile catena detta Linea Gotica sul crinale dell'Appennino.
San Miniato si trova esattamente sulla riva sud dell'Arno, a pochissimi chilometri dal letto del fiume. Alta su una collina, è in una posizione straordinariamente strategica, dalla quale si domina una porzione di territorio vastissima. Sul suo punto più alto, fin dai tempi dei longobardi, e ancor più ai tempi degli imperatori di Sassonia, gli Ottoni, venne rinforzato un castello, che diventò il centro amministrativo della Marca Toscana, praticamente la capitale dell'Italia Centrale, da dove la Gran Marchesa Matilde di Canossa controllava i traffici e le politiche tra Roma e l'Impero di Germania. Federico II di Svevia ne ricaverà una insuperata rocca. Il nome completo della cittadina, infatti, è stato per mille anni San Miniato al Tedesco, “scorciato” poi nel 1916 per questioni di guerra. E ancora la guerra ed i tedeschi fecero la storia in quel luglio 1944.
Il giorno 17, nel caos più completo, essendo il podestà fuggito assieme a quasi tutti gli amministratori, viene dato dal comando germanico l'ordine di evacuazione. I cannoni americani tuonano da molti giorni nei dintorni, e diverse località contigue sono già state liberate. In una tale situazione, tra eccessive speranze, grandi timori e senza nessuna autorità che effettivamente lo diffonda, l'ordine viene quasi completamente ignorato. Nel paese si accalcano, oltre agli abitanti, anche sfollati delle campagne vicine e molte famiglie fuggite da Firenze ed altre grandi città. Il giorno dopo, il 18, si sfiora il peggio: i partigiani (nel contado operano, pare, tre formazioni distinte di combattenti) uccidono tre soldati tedeschi. Scatta la rappresaglia, e tredici samminiatesi vengono arrestati. La loro fucilazione pare imminente, ma il comando, tenuto dal generale Fridolin Von Senger, attua una mediazione. Von Senger è sì un alto ufficiale dell'esercito invasore, ma è anche un anti-hitleriano. Ha valorosamente combattuto sul fronte di Cassino, dove è riuscito a mettere in salvo quante più vite umane e opere d'arte possibili, ed in precedenza è riuscito a passare indenne da un atto di disubbidienza che poteva portarlo al plotone di esecuzione: nel settembre 1943 rifiuta di fucilare circa 200 italiani presi prigionieri in Corsica, nonostante l'ordine giungesse direttamente da Berlino.
Von Senger pretende la immediata liberazione dei 13 ostaggi, ma, non potendo lasciare impunita l'uccisione dei suoi tre uomini, e per indurre ancor più recisamente la popolazione ad abbandonare San Miniato (che è ormai sottoposta ad un bombardamento incessante), fa minare ed abbattere circa la metà delle case della cittadina, una gravissima ferita al patrimonio storico e architettonico di questa parte di Toscana.
La V armata americana preme. Cannonate, carri armati, artiglierie, aerei, sparatorie. Si contano moltissime vittime, sia tra i tedeschi, che tra i civili. Dopo qualche giorno di resistenza, la wermarcht decide di ritirarsi verso Fucecchio (nelle cui campagne si abbatterà l'atrocità nazista).
Il 22 luglio
La mattina del 22 luglio, alle ore 8,30, la popolazione di San Miniato viene radunata nella parte alta del borgo, sotto il castello. Alcune centinaia di persone, nella più assoluta e concitata incertezza, si trovano concentrate nel prato antistante l'antichissimo Duomo. La confusione lascia posto all'angoscia e al panico. Non è possibile, né sul momento né oggi, a 65 anni di distanza, avere una risposta univoca e chiara alla domanda del perché di quella concentrazione. I soldati tedeschi, pochi e di basso grado, non sono in grado (o non vogliono) fornire spiegazioni. I testimoni, ascoltati in seguito, forniranno versioni incomplete e discordanti. Quel che segue è dunque la cronaca approssimativa degli eventi, così come è stato possibile ricostruirli.
Nel timore dei bombardamenti, alcune decine di persone decidono di entrare nel Duomo. Nessuno può affermare che siano i tedeschi a spingere la popolazione dentro la chiesa, anche se in seguito qualcuno lo sosterrà, in ipotesi. Prima i vecchi e i bambini, poi tutti quanti i presenti, si accalcano dentro la cattedrale. Non sappiamo quante persone entrano, ma si parla di alcune centinaia, tra samminiatesi e sfollati. Un certo numero di persone preferisce allontanarsi, cercando scampo tra le macerie o cercando di raggiungere le campagne. Da questo punto in poi, le testimonianze si fanno sempre più incerte: se pare sicuro e provato che all'interno della chiesa non si trovasse alcun soldato tedesco (ed il che pare logico, visto che stavano ritirandosi) rimane molto vaga (mai ufficialmente provata) la voce che essi chiudano le porte della cattedrale. Forse è vero, forse no. Questo sarà determinante ai fini dell'inchiesta.
Alle ore 10 circa, si abbatte sul centro storico e più precisamente sulla zona del duomo un intenso fuoco di artiglieria. Le pareti tremano, all'interno si grida dal terrore. Improvvisamente, tutto tace. Passano dieci minuti, un quarto d'ora di silenzio. Le centinaia di persone ammassate non escono, per paura, per incertezza o perché effettivamente chiuse dentro.
Poi, improvvisa, inattesa, l'esplosione.
La morte, il sangue, il fumo. Nello scoppio e nel crollo periscono 55 o 56 persone (il dato è dubbio). Altre vengono trasportate con mezzi di fortuna all'aperto, verso ospedali e ricoveri nei paesi vicini. Non si sa quanti siano, ne quanti sopravviveranno. È la strage. Chi è vivo e sano fugge. San Miniato, distrutta, massacrata, si spopola.
L'impressione per questo episodio è enorme, seppur in un periodo di guerra e di mattanza esso valica i confini della località, e la sua eco si spande in tutta Italia. L'inganno del raduno mattiniero, la falsa protezione, la violazione della sacralità della Chiesa, gli innocenti dilaniati, ci sono tutti gli elementi per fare di questa una tragedia nazionale. Ed essa travalicherà anche i confini del tempo, perché la sua tragica forza colpirà la sensibilità dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, che proprio di questa vicenda faranno la trama del bellissimo, epico film “La notte di San Lorenzo”, nel quale è proprio quella dell'esplosione nel duomo* la scena madre, ed una delle più sconvolgenti, ed il vagare dei samminiatesi è la piccola-grande odissea dei protagonisti della pellicola.
L'indomani le mine tedesche faranno crollare l'antica rocca, annichilendo fisicamente e simbolicamente quanto rimane della città e del suo popolo. Gli americani liberano quell'ammasso di rovine e si attestano sugli argini dell'arno. Nella canicola estiva, si insediano le autorità militati alleate ed una prima parvenza di autorità civile italiana. 56 corpi giacciono accanto alle rovine del duomo.
Come da prassi, gli americani avviano immediatamente una indagine sull'accaduto. Raccolgono prove, reperti, scattano foto, fanno una inchiesta, interrogano feriti ed altri testimoni. Tutto il materiale viene accuratamente protocollato e redatto in forma ufficiale, e avviato al comando del Mediterraneo. Quasi contemporaneamente, il primo sindaco della liberazione, (Emilio Baglioni, un socialista moderato, sposato con un'inglese, da sempre in contatto con gli alleati e assai lontano dalle ideologie comuniste dell'area rurale pisana) e la sua giunta (nella quale era presente anche l'ex commissario prefettizio Ulivelli, che pare sia stato corresponsabile nella distruzione dell'abitato come rappresaglia), avviano una inchiesta parallela. Pur tra differenze, incongruità, contraddizioni e ampie lacune, le due inchieste viaggiano parallele verso una sola conclusione: si tratta di una crudele strage nazista.
Non univoche però sono le risultanze del metodo usato dai tedeschi per compiere il massacro: gli statunitensi propendono per una mina, o una bomba a scoppio ritardato lasciata nella navata della cattedrale; il sindaco, e le autorità giudiziarie fiorentine poi, sospettano che sia stata una cannonata sparata proditoriamente verso l'edificio sacro. Le due inchieste, chiusa l'una dal tribunale di Firenze nel luglio 1945, e l'altra dal Judge Advocat dell'US Army nel dicembre del 1946, insomma, indicano un colpevole ben preciso, ma non riescono a rispondere a tutte le domande. A dire il vero, i giudici fiorentini scrissero, nella relazione finale, qualcosa di estremamente equivoco: «la Cattedrale fu colpita da due granate... una tedesca e l'altra americana... Ma l'eccidio fu causato esclusivamente dalla granata germanica». Essendo la loro una missione, diciamo così, di avanscoperta giuridica, lasciarono il compito di chiarire la dinamica dei fatti a qualche altro organo. Questo compito spetta alla magistratura militare della neonata Repubblica Italiana, ma l'intero incartamento, come centinaia e centinaia di altri, finisce in quello che è stato chiamato l'armadio della vergogna e lì occultato fino al 1994.
Una lapide censurata
Tutto però appare sufficientemente esplicito: la popolazione radunata senza una precisa ragione, l'ammassamento, l'esplosione dopo la fine dei combattimenti. Nel 1954, a ricostruzione quasi ultimata, la amministrazione comunale samminatese fa affiggere sulla facciata del palazzo comunale una lapide in memoria delle vittime. Essa, come si vede nella foto, commemora le vittime e condanna il cinismo di chi compì l'atto.

Come si può notare, dal marmo risultano mancanti alcune parole: sono state staccate. Da tempo se ne era perso il senso. Con una breve e mirata inchiesta sul luogo, democrazialegalita.it è in grado di svelarvi oggi il significato di quelle parole mancanti, anche se purtroppo non siamo riusciti a ricostruirle fedelmente. In esse si muoveva esplicitamente accusa di complicità e di subdolo tradimento nei confronti – addirittura- del vescovo della stessa San Miniato. Come da noi appurato, tali dure parole furono prima commissionate, ma poi immediatamente eliminate, praticamente il giorno stesso dell'affissione della targa, perché fissare in lettere di bronzo l'infamante accusa rivolta ad una persona, un vescovo, ormai da tempo deceduto, suscitò un immenso e rumorosissimo scandalo, intollerabile nell'Italia degli anni '50. Che fosse quello ciò che era stato scritto sulla lapide, era stato scordato, ma il nostro incontro con un anziano, presente durante i lavori di collocamento della targa, ci ha restituito un altro piccolo pezzo di Storia.
A dire il vero, l'origine dell'accusa è da trovarsi già nel 1944, subito dopo la liberazione. È vero, quel fatidico 22 luglio, tutti entrarono volontariamente in chiesa, seguendo i consigli degli occupanti. Ma chi aveva indotto i cittadini così diffidenti a fidarsi dei tedeschi? La voce di popolo indica immediatamente un traditore: il vescovo, Mons. Ugo Giubbi, in carica fin dal 1928 (occupò la sede fino alla sua scomparsa, nel 1946). Che Giubbi sia stato, diciamo così, di poca opposizione al regime fascista, appare acclarato. Questo, come forse il fatto che il vescovo si trovasse di fronte al duomo durante tutte le operazioni di sfollamento, accanto ai comandanti germanici, e il fatto (molto probabilmente vero) che egli invitò le famiglie a non disperdersi, chiedendo a uomini e giovani di non allontanarsi dal luogo senza vecchi e bambini, che si erano rifugiati appunto nella chiesa, creò la convinzione che fosse l'ideatore di cotale orrida trappola.
La storia cammina. L'altra lapide.
Ma nel 1994, come accennato, si riapre l'armadio dei fascicoli sui crimini di guerra. La massa di materiale che si riversa sui tavoli di storici e magistrati è enorme.
Anche il fascicolo della strage di San Miniato viene riesaminato. Tutti i dubbi e le imprecisioni emerse nelle indagini del periodo bellico trovano nuovi elementi di conferma. Riemergono, dal passato, ricostruzioni dei fatti “alternative” alla verità ufficiale (una su tutte, quella di Enrico Giannoni, del 1954), e la rilettura di testimonianze e documenti mette in seria crisi la tesi dell'agguato e della bomba a scoppio ritardato. In particolare, riaffiora un elemento, una prova, un oggetto: la spoletta di una granata. Tale spoletta, ritrovata da un carabiniere subito dopo la strage, era indubbiamente americana. Ma la sigla punzonata su di essa (M43) non apparteneva ad alcuna arma esplosiva. All'epoca, la si mise da parte, classificandola come sì americana, ma appartenente ad una sorta di innocuo fumogeno. Lo storico Paolo Poletti, interroga degli esperti balistici, i quali non hanno esitazioni: il modello M43 non è mai esistito. Qualcuno ha letto male il numero, la sigla esatta è M48, che identifica, con esattezza e senza alcun possibile equivoco, quella spoletta come quella di una bomba dell'esercito statunitense.
I professori Leonardo Paggi, Pier Luigi Ballini, e Giovanni Contini vengono a quel punto incaricati dalla amministrazione comunale di appurare definitivamente la verità. Dopo una ricerca seria e approfondita, il comitato emette il verdetto: non c'è più alcun dubbio, si trattò di un colpo americano, penetrato da una finestra, rimbalzato su una parete, ed esploso quindi su quella opposta.
Contemporaneamente, viene completamente riabilitato Mons. Ugo Giubbi, al quale viene restituito pieno onore. Quattro senatori di Alleanza Nazionale - Giuseppe Turini, Piero Pellicini, Giulio Maceratini e Italo Marri chiedono, nel 1997, la immediata rimozione della lapide del 1954. Ma il comune compie una scelta coraggiosa, e, caso probabilmente unico in Italia e nel mondo, decide di affiancare, alla prima, una seconda lapide commemorativa.

È nel 2008 che si scopre questo ultimo monumento. A celebrarne la solennità, è la scelta dell'autore del testo in essa leggibile, il Presidente Emerito Oscar Luigi Scalfaro.
Oggi dunque, chi passi dalla bellissima San Miniato, terra di origine della famiglia di Napoleone Bonaparte e sede di pregevolissime opere d'arte, potrà trovare questo unicum, questa doppia lettura, una antica, e sbagliata, ed una recente, ed esatta, elevate a pari dignità testimoniale, ed esempio dell'evolversi della capacità e della obiettività storica. Due lapidi contrastanti nell'indicazione dei colpevoli di un singolo atto, ma unanimi nel condannare la guerra e la responsabilità oggettiva del nazifascimo nello scatenare e nel perpetuare il secondo conflitto mondiale.
* per questioni sceniche, il duomo che si vede nel film è quello della vicina Empoli, la splendida Collegiata di Sant'Andrea.