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Tregua
 

di Vittorio Melandri

 

Quante sono le “parole depotenziate di senso” ormai entrate nel linguaggio comune? Credo sia difficile elencarle tutte anche per uno studioso del linguaggio, direi impossibile, per chi ne risulta essere sistematicamente vittima, il cittadino elettore. In Italia, un cittadino oggi bombardato come non mai appunto con “parole depotenziate di senso”, come nemmeno lo sono state, con bombe di tutti i tipi, Dresda, Hiroshima e Nagasaki messe insieme.

Ultima in ordine di tempo ad essere depotenziata di senso, e scagliata sopra le nostre teste, la parola “tregua”. Sono passati quarantasei anni da quando Einaudi ha pubblicato “La tregua” di Primo Levi, testo che Cesare Cases legge come “una pausa di rilassamento nell’opera autobiografica” di Levi, e ne sono passati trentadue da quando, per dirla con lo scrittore Rigoni Stern citato da Enrico Deaglio nel suo “Patria”, «Primo ha sentito la voce del postino che si annunciava; e ha risentito quello “Wastawac”, “Alzarsi!” con cui i guardiani del lager davano inizio alla giornata di non vita».

Possiamo anche illuderci che l’accostamento testé fatto sia fuori luogo, e con fastidio ripetere che oggi tutto è cambiato, oppure si può anche dargli spazio a dimostrazione che, per una maligna eterogenesi dei fini, è destinato a depotenziare di senso non solo una parola, ma tutto il modesto ragionare esposto, eppure mi sento soccorso nelle mie intenzioni dal leggere, nel mezzo di quella “pausa di rilassamento” di Primo Levi, il suo dare la parola a Mordo Nahum che ci ammonisce ancora: “Guerra è sempre”.

E al di là del bene e del male, e di qualsiasi più buona intenzione, non ci si può illudere che si possa stabilire una tregua, con chi muove “sempre guerra” alla verità; quella terrena sia ben inteso, quella con la v minuscola, per la quale tanti italiani hanno dato, oggi con infinita amarezza si direbbe inutilmente, anche la loro vita.

 

 

 
 
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