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Il laido conato dei revisionisti
 

di Vittorio Melandri

 

Sul Corriere della Sera di giovedì 16 luglio 2009 leggo di una polemica che vede contrapposti da una parte Franco Giustolisi autore del libro inchiesta “L’armadio della vergogna” (Nutrimenti editore) e dall’altra Maurizio Casentino e Paolo Simoncelli. Il primo di questi ultimi, autore del saggio “La vergogna dell’armadio” (Nuova Cultura editore) e il secondo partecipe recensore del saggio citato, su “Avvenire”.

Giustolisi e Simoncelli sempre su “Avvenire” hanno riattizzato il confronto e, riporta Dino Messina sempre sul Corriere, nella disputa si è inserito il Presidente dell’Anpi Raimondo Ricci che non perde occasione per riferirsi all’obiettivo di bloccare il nuovo “negazionismo”.  Proprio questo riferirsi di Ricci ad un nuovo “negazionismo” ha risvegliato la mia attenzione per un suo “parente”, una specie di “cugino” laterale con cui non si vorrebbe mai evidenziare la possibile linea di collegamento, perché mai e poi mai si vorrebbe appunto, che il “revisionismo” scadesse appunto, nel “negazionismo”.

A riportare questa possibile e vergognosa parentela alla mia memoria, è stato di recente un articolo di  Filippo Ceccarelli apparso su la Repubblica di giovedì 25 giugno 2009, un articolo dedicato all’ultima fatica letteraria di Giampaolo Pansa, libro in cui il giornalista storico (o lo storico giornalista che dir si voglia) sin dal titolo annuncia con uno squillo, che questa volta parla di sé medesimo: “Il revisionista”.

A mio modesto parere dice bene Ceccarelli quando afferma: “revisionare la storia è un fatto di buonsenso; e a volte, per quanto strattonati, bisogna anche dire grazie a chi ti costringe a riguardare il passato con altri occhi”.

L’agire del revisionista da meritorio che è, corre però sempre su un crinale dal quale è facile scivolare e di questo rischio è importante segnalare di continuo il pericolo. Dovrebbero, per onestà intellettuale, farlo gli stessi “revisionisti”, ma se loro se ne dimenticano (è umanamente possibile), è bene che altri piantino cartelli di allarme dove i revisionisti tracciano i loro sentieri, cartelli che potrebbero riportare scritte del tipo: “Attenzione pericolo negazionismo”.

Nei casi in specie, ad esempio, “negare” (in vario modo anche quello più sottinteso e finanche subliminale)  che la R maiuscola con cui si deve scrivere in Italia la parola “Resistenza”, sia un atto dovuto, un atto che nessuna retorica e nessuna “amara recriminazione” può cancellare.

Ho appreso, leggendo il libro di Enrico Deaglio “Patria”, che il professor Francesco Lucrezi ha scritto un libro (La parola di Hurbinek. Morte di Primo Levi – Giuntina, Firenze 2005) dedicato a Primo Levi, morto suicida l’11 aprile 1987.

Il personaggio citato da Lucrezi nel titolo è descritto da Levi ne “La tregua”, trattasi di Hurbinek appunto, che “era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz.”. Scrive Levi che Hurbinek era anche un bimbo che “dimostrava tre anni circa …. (che) non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato (…) forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva.” Hurbinek “era paralizzato dalle reni in giù, e aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo. La parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnarli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena.

Chiedo scusa per la lunga citazione da “La tregua” (ed anche per tutte le altre che precedono e seguono), me ne servo per sopperire alla mia povera prosa, per dire che se i revisionisti si dimenticano dei rischi che corrono, devono essere loro, non noi loro lettori, a risultare incapaci di sostenere loro, il nostro sguardo, e se ci accade “come accadde a Primo Levi negli ultimi periodi della sua vita di assistere al «laido conato dei revisionisti» e al «sinistro consolidamento delle teorie negazioniste»”, (e non solo di quelle riguardanti la Shoah, mi permetto di aggiungere), almeno piantiamo un cartello di allarme in più, prima che sia troppo tardi. Prima che si debbano alzare in rapida successione una bandiera gialla e poi una bandiera bianca, dato che quella verde e quella azzurra e quella nera, garriscono già da troppo tempo nei cieli d’Italia.

Ed arrivato in fondo a questa mia, abuso ancora di chi pensa e scrive molto ma molto meglio di me, per rilanciare un mio personale grido di allarme a fronte di tanti, molti anche molto più autorevoli e colti di me, che si affannano a sottolineare che oggi non si può parlare di fascismo, che il fascismo è stata tutta un’altra cosa.

Certo è vero, il fascismo del ventennio di Mussolini è stato un’altra cosa, però ….. però ….. scrive Roberto Calasso nel suo libro K. dedicato a Kafka:  

“ … al Castello non occorre né espellere né uccidere, come ancora usa il tribunale del Processo, forse più primitivo. Al Castello basta che la vita scorra. Il puro passare del tempo è il giudizio.

Parafraso come posso io:  

“ … al fascismo di oggi non occorre né espellere né uccidere, come ancora usavano il fascismo di ieri e quello di ieri l’altro e quello originale di Mussolini, il più primitivo di tutti. Al fascismo di oggi basta che la vita scorra. Nel puro passare del tempo si specchia soddisfatto della sua metamorfosi e soprattutto della sua  sopravvivenza.   

 

 
 
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