<%@LANGUAGE="VBSCRIPT" CODEPAGE="1252"%> 25 aprile, guerra liberazione, fascismo, vittorio melandri
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Fu guerra di liberazione proprio perchè fu guerra civile
 

di Vittorio Melandri

 

Il 25 aprile di ogni anno, sempre più, alle beffe figliate dalla dis-misura della retorica “resistenziale”, si aggiungono i dolorosi danni della falsificazione della storia, falsificazione che ormai deborda oltre ogni limite.

 

Ho goduto della fortuna di nascere dopo la II guerra mondiale, ho frequentato le scuole italiane fra i primi anni ‘50 e i primi anni ’70, nessuno che io ricordi mi ha mai raccontato la favola che l’Italia sarebbe stata “liberata dal giogo fascista” dai soli partigiani, anzi, dai soli “partigiani rossi” alias comunisti, quelli che sarebbero stati antifascisti senza essere democratici, come la retorica di “Fiuggi” oggi fiorente ama raccontare.

 

Da sempre per altro mi è chiaro, perché la storia me lo ha insegnato, che – se  la guerra voluta da Mussolini e celebrata dal fascismo in orbace, fosse stata persa solo ad opera delle truppe alleate con l’aiuto di “Cosa nostra” siciliana, e non anche vinta con l’aiuto del sacrificio di tanti italiani confluiti nei modi più diversi nella lotta partigiana, non sarebbe certo stato possibile parlare di conflitto voltosi in “guerra civile”, ma neppure sarebbe oggi possibile contare sugli esiti di un conflitto sfociato e poi concluso in “guerra di liberazione”.

 

Questi sono fatti ormai consegnati alla storia, cioè disponibili anche a chi come me allora non c’era, e che pur non avendo patito le miserie generate dal ventennio fascista, può aver ben chiaro che i danni e le sofferenze patite sono stati subiti da tutta la popolazione italiana di allora, sia che fosse in città o in campagna, in pianura o in montagna, e che la responsabilità di quei danni e di quelle sofferenze oltre che sulle spalle di tutti gli sciagurati autori materiali degli stessi, grava innanzi tutto sulla coscienza della classe dirigente e fascista che ha condotto l’Italia al disastro più grave e infamante della sua storia. 

 

Il 25 aprile del 1994, quando il mondo non era ancora cambiato, e Giampaolo Pansa era ancora fermo alla sua tesi di laurea sulla Resistenza, quella dedicata alla guerra partigiana fra Genova e il Po, e la Repubblica Italiana era ancora considerata antifascista per nascita, sul Corriere della Sera, per la firma di Gaetano Afeltra comparve un articolo dal titolo “Il partigiano in redazione”, dove rievocava quel tempo della Resistenza in cui anche il Corriere della Sera ebbe la sua pagina gloriosa.

 

Uno dei “partigiani in redazione” di cui parlava Afeltra in quell’articolo si chiamava Giulio Alonzi, lo stesso di cui si legge nell’ultimo libro di Corrado Stajano, “La città degli untori”.

 

Cito dal capitolo IV, paragrafo 28, pagina 168 del Giulio Alonzi ristretto nel 1944 a Villa Triste a Milano, nelle mani della banda Koch, rievocato così da Stajano:

 

“Sta calando la sera, si avvertono in lontananza i rumori della città (…) quando Giulio Alonzi viene gettato dentro la stanza (…) Pochi secondi di silenzio e poi, di là dal muro, si sentono tonfi, grida, un mugolare doloroso, lamenti. Compare un giovane che ha appena subito l’interrogatorio: «Quale spettacolo, gli avevano strappato le maniche della camicia, sforbiciato i capelli, pestato la faccia, gli colava il sangue dal capo. Ansimava. Gli occhi spalancati gli si riempivano di lacrime rabbiose». Che cosa pensa, che cosa fa un uomo catturato da una banda di assassini, tra paura e spirito di conservazione, mentre nelle loro mani, aspetta il suo turno di vittima?”.

 

Non c’è retorica nella prosa di Stajano, e mi sono venute alla mente le parole che ho udito pronunciare da Luigi Borgomaneri, che nel salone Nelson Mandela della CdL di Piacenza, prima di storico si è proclamato amico del comandante “Visone” Giovanni Pesce.

 

Borgomaneri ci ha ricordato che Pesce, da poco scomparso, si doleva, soprattutto per le più giovani generazioni, di quanto la dis-misura della “retorica resistenziale” sia stata più un male, che non il bene che si riprometteva di essere.

 

Oggi più che mai, della Resistenza servirebbe conoscenza e viene proposta tutt’al più una pur doverosa celebrazione; oggi più che mai servirebbe determinazione e sobrietà nel ricordo, e ci si deve misurare con le difficoltà imposte dal dover fronteggiare la gloria goduta da ubbie senili di sedicenti storici, e ci si deve misurare anche, con, sempre più supinamente accettate, equiparazioni oscene, come quelle fra il comunismo italiano e il fascismo italiano.

 

Non sono mai stato comunista ma trovo davvero insopportabile che in Italia l’anticomunismo abbia ancora un “mercato”, quando è la crisi dell’antifascismo a travolgere tutto quello che trova sulla sua strada:

 

..conoscenza del passato, consapevolezza del presente e speranza nel futuro.

 

Che cosa pensa, che cosa fa oggi un cittadino della Repubblica Italiana, prigioniero dell’ignoranza delle proprie radici, lo vediamo purtroppo ogni giorno, e non è un bel vedere. 

 
 
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