Facciamo una premessa: nonostante le alte grida al “regime regime”, come ben noto il Parlamento italiano ha approvato a stragrande maggioranza la nuova legge elettorale europea. Alla Camera essa è passata con 517 voti favorevoli, tre astenuti e 22 contrari la riforma della legge elettorale per le europee. Hanno votato a favore tutti i partiti (PDL, PD, Lega, UDC, IDV) tranne Mpa e radicali. Siccome siamo, come gridano le opposizioni, in pieno regime, subito dopo il voto, Veltroni ha voluto incontrare il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito, e il coordinatore di Forza Italia, Denis Verdini. Dopo aver stretto loro la mano, Veltroni ha dichiarato: «Almeno siamo riusciti a fare una cosa insieme in questa legislatura». Un vero segno di opposizione alla dittatura.
Insomma, da questa tornata, al Parlamento Europeo andranno solo le formazioni che raccoglieranno il 4% minimo dei voti. Esse, ed esse sole, si spartiranno i 72 seggi messi a disposizione dell'Italia. Salvo sorprese, tali formazioni dovrebbero essere esattamente le stesse che hanno votato lo sbarramento: PDL, PD, Lega, UDC e IDV. Una coincidenza sospetta solo per i malpensanti. Ma io, modestamente, lo sono.
Quindi, cinque partiti per 72 seggi. E i rimborsi elettorali? Qui la vicenda si fa ancora più interessante.
In un complesso quanto poco dignitoso processo per l'accaparramento di quattrini, i politici italiani hanno superato e stravolto il risultato referendario (espressione diretta della sovranità popolare) che abrogava il finanziamento pubblico ai partiti. Se un partito non può essere finanziato dalle casse dello Stato, dissero, allora facciamolo finanziare dai privati tramite le dichiarazioni dei redditi, e un apposito 4 per mille. Ma fu un fallimento totale. Così si inventò il “rimborso” delle spese elettorali. Un rimborso si presume avvenga dopo presentazione della nota spese: se ho speso 100, mi renderanno 100. Ma non funziona così: il denaro viene versato nelle casse dei partiti in base a quanti voti ognuno di essi prende. Più voti, più soldi. Nella misura di circa 5 euro a elettore. Una enormità, che supera di molto quanto investito nella campagna elettorale (come risulta dalla tabella che pubblichiamo al link in fondo a questo articolo).
Ma si faccia attenzione: ai partiti non toccano 5 euro ogni voto preso, ogni voto conquistato, bensì molto di più, poiché lo Stato calcola un ammontare complessivo rispetto al corpo elettorale che poi viene suddiviso tra i partecipanti alla competizione. Spieghiamo:
Gli aventi diritto al voto in Italia sono 50.341.733.
Questo numero va moltiplicato per 5, per ottenere la stratosferica cifra di circa 252 milioni di euro.
Questi 252 milioni di euro erano finora suddivisi tra i partiti in ragione della percentuale da loro ottenuta: Un partito che avesse preso il 40% dei voti, avrebbe ricevuto il 40% di 252 milioni; un partito che avesse preso il 10% avrebbe ricevuto un bell'incasso di 25 milioni di euro.
Tutto ciò era valido fino alla recente legge sullo sbarramento. Infatti, dopo aver in prima battuta deciso che alla ripartizione dei fondi potessero partecipare anche le formazioni che, pur non superando il 4%, avessero comunque raggiunto l'un percento dei consensi, (norma voluta in particolare dal PD), alla fine, su iniziativa delle forze di governo, si è convenuto di ripartire tutta la cifra (ricordiamolo: 236 milioni di euro) solo tra quei partiti che supereranno il fatico quorum. In altre parole, PDL, PD, IDV, Lega e UDC si divideranno (in ragione della loro specifica forza) l'intera torta. Il che vorrà dire che spetterà loro una cifra più che proporzionale rispetto ai voti presi, poiché anche quelli attribuiti ai piccoli partiti che non otterranno rappresentanza saranno “mangiati” dai grandi.
Solo se una delle liste residue (Sinistra e Libertà? Rifondazione-Pdci? Radicali?) dovesse anch'essa superare il 4%, potrebbe “sottrarre” un po' di quanto tocca ai “magnifici 5”.
Considerato tutto questo, è necessario fare una qualche considerazione generale.
In primo luogo: qualunque cosa scegliamo di fare (votare, astenerci, annullare la scheda), per il solo fatto di avere più di 18 anni, ed essere quindi classificati come elettori, parteciperemo al finanziamento dei maggiori gruppi politici italiani, e solo dei maggiori. I quali potranno bellamente sguazzare nell'oro per le loro finalità, nobili o miserabili, utili o vergognose, e per continuare ad alimentare tutto quel sottobosco che è la partitocrazia.
In secondo luogo: a fronte della cifra riportata (va ridetta: 236 milioni di euro solo per le europee), appare ancor più ridicola, se non offensiva, la prospettiva di tagli e riduzioni costi della democrazia, come quella dell'accorpamento di referendum con le elezioni, o del taglio dei parlamentari senza altra ragione.
In terzo luogo, come appena accennato, per le provinciali, le comunali e le altre amministrative, spetteranno ai partiti simili rimborsi, valutati di volta in volta sul corpo elettorale locale. In definitiva, per un partito le elezioni, qualunque elezione, è una manna dal cielo.
In quarto ma non meno importante luogo, tutti questi soldi, vengono perlomeno gestiti regolarmente?
A questa domanda Democrazia e Legalità ha risposto, con una inchiesta esclusiva basata su documenti ufficiali venuti in nostro possesso grazie al direttore Elio Veltri.
Nel frattempo rimandiamo ad una tabella che illustra quanto sia stato elargito ad ogni singolo partito rispetto alla campagna elettorale del 2006.
Impressionante la differenza tra lo speso e l'incassato, ed il fatto che, nonostante la legislatura si sia interrotta dopo solo 2 anni, grazie ad una norma bipartisan approvata nello stesso 2006, i pagamenti saranno versati per l'intero periodo 2006- 2011 (andandosi così parzialmente a sovrapporre a quelli del quinquennio 2008-2013).
La tabella è consultabile qui