Quando avevo 13 anni, rapirono ed ammazzarono Moro.
Chi non ha vissuto quel periodo, non sa. E chi l'ha dimenticato, non è degno di parlare. Lo stivale di ferro del regime consociativista democristiano-comunista schiacciò l'Italia con una violenza mediatica, organizzativa, pervasiva da far impallidire qualunque paragone antiberlusconiano. Il 16 marzo 1978, dopo anni di “non sfiducia”, PCI di Berlinguer votò la fiducia al governo: non un governo qualunque, ma quello presieduto da Giulio Andreotti con Cossiga Ministro degli interni. All'industria c'era Donat-Cattin sostituito, poi, da tale Romano Prodi. Seguirono, fino al 1980, e nonostante le trame e le sconfessioni reciproche delle correnti democristiane, gli anni della solidarietà nazionale. Anni di tante sconfitte sostanziali per la sinistra e di tante vittorie simboliche per il PCI. Che non capì se non oltre il limite.
Paradossalmente, in quel periodo, le uniche voci di opposizione, le uniche originalità fuori dal monopensiero opprimente, furono quelle dei radicali di Pannella e dell'MSI di Almirante, il maestro di Gianfranco Fini. Che, dal suo scranno di fascista, tenne, incredibile a dirsi, viva la democrazia in questo Paese disgraziato. Almirante era coltissimo, intelligente, capace; era anche un repubblichino di Salò, un criminale di guerra (il suo bando autografo per la fucilazione di tutti i partigiani e di coloro che li avessero nascosti o aiutati venne affisso in tutta la Toscana ed il Nord Italia, nel 1944) ed uno dei firmatari del Manifesto della Razza del 1938. Graziato da ogni pena con l'amnistia concessa a fascisti e criminali di guerra da Palmiro Togliatti. Fini è cresciuto a fianco, anzi, sotto l'ala dell'uomo più cinico ma anche più saggio della destra italiana. Ed ha assorbito perfettamente tutte le sue peculiarità.
Credo che Fini affondi le sue radici in un fascismo molto più fascista di tanti dei suoi rumorosi e scalpitanti colonnelli, tipo Gasparri e La Russa, perché si richiama culturalmente al fascismo della prima ora, a quel movimento rivoluzionario che tra il '19 ed il '25 era tanto a "destra" quanto laico, popolar-populista, radicale, antimonarchico e anticlericale, elitarista ma ugualitario, ferocemente guerrafondaio ma contadino e proletario.
Fini è così di destra da rivendicare pezzi di ideali futuristi, o da ereditare geni del radicalismo dannunziano, e così nessuna sorpresa per le sue posizioni “laiche” perché laici erano futuristi e dannunziani, lo erano anche in quell'inconfessabile trend omofilo, così come nel futurista (appunto) Aldo Palazzeschi o nel regime dannunziano (appunto) di Fiume, fatto di ugualitarismo eroico, e di sprezzo per le istituzioni paludate, e di giovani uomini nudi sensualmente vivi e tattili...
Fini, quando diceva che Mussolini è stato il più grande statista del suo secolo non lo giudicava come primo ministro ma come capo dei fasci di combattimento. Credo.
E poi c'è il senso del politico di razza, dello statista (ebbene sì, lo dico a Fini: statista!), capace di cogliere il senso della società, che non è una tavola piatta di marmo, ma un mare, un lago (nel caso dell'Italia, una palude) dalla superficie increspata di mille onde, e di mille spume e schizzi e stille, e dalle correnti profonde, calde, fredde, parallele, contrastanti... Fini le vede, le avverte, ne sente le vibrazioni, le tensioni, le intercetta, e, con opportunismo, nel senso di saper cogliere le opportunità, ma anche con lungimiranza, prova a farne una ricchezza e non a valutarle come ostacoli.
A Fini , per essere "di sinistra", manca solo la limpidità d'animo progressista per superare il suo essere profondamente di destra, manca il senso del progresso come crescita ed espansione ideale, etica, oltre che storica, perché in fondo è un conservatore ed un rigido autoritarista: conserva non bieche e polverose consuetudini, ma con-serva (tiene a bada, tiene a freno, anche attraverso inclusioni ed espansioni) tutto ciò che potrebbe alterare o diminuire o indebolire quel che lui, ed i conservatori come lui, ritengono i confini invalicabili del sociale, e, perché no, dell'essere umano che è soggetto alle regole e allo Stato, e quindi al potere. Manca quel superare, andare oltre, manca quella spinta creatrice del nuovo ed inedito che io, da piccolo omino di sinistra, pretendo di sentire.