Tra le varie posizioni nei confronti del referendum, la più sorprendente di tutte è quella dell'Italia dei Valori: ha raccolto le firme per i tre quesiti Guzzetta-Segni, e adesso chiedono di votare no! Di Pietro dice che la situazione è cambiata. Anche se ci sono state le elezioni di mezzo (è questo il cambiamento al quale allude Di Pietro? O piuttosto il cambiamento è stata la adesione di Berlusconi al referendum dipietrista-guzzettesco?), questa doppiezza non è politicamente né, direi, intellettualmente giustificabile. E non sono d'accordo neanche con la motivazione: consegna definitivamente al 'ducetto' Berlusconi tutta l’Italia. Perché, mi chiedo, se l'avesse consegnata a qualsiasi altro leader di un'altra forza politica sarebbe stato un risultato meno disastroso? Non credo.
Posizione altrettanto criticabile è quella di Franceschini. Il 10 maggio 2009, alla trasmissione “in mezz'ora” la giornalista, Lucia Annunziata, ha chiesto al segretario del PD di motivare la sua posizione a favore, apparentemente per far emergere una contraddizione. Pochi minuti prima, infatti, Franceschini aveva spronato agli italiani a non astenersi alle europee ma di andare a votare, e votare PD, visto il pericolo di una deriva Berlusconiana in caso di stravittoria del PDL; « Io penso che l'Italia non abbia bisogno di svegliarsi sotto un padrone assoluto» ha detto perentorio il segretario del PD. Al che l'Annunziata ha domandato: «Se lei parla di Berlusconi come di un potere enorme, perché è d'accordo con il referendum che a detta di tutti dovrebbe consolidare questo potere?» Risposta di Franceschini: «La domanda del referendum è: “Volete voi abrogare la legge porcata, quella che toglie agli italiani il diritto di votare gli eletti - possono votare solo i pariti – la domanda è: volete abrogarla sì o no? Noi che abbiamo sempre contrastato quella legge vogliamo abrogarla e poi fare una buona legge – ci sono quattro anni per farlo – che restituisca agli italiani il diritto di scegliersi i deputati e i senatori. Il sistema che ne esce non corregge gli errori, ma la domanda politica è quella. Aggiungo, per i commentatori e i politologi: facciano uno sforzo in più! Se Berlusconi decide di andare da solo, solo con il PDL, e avesse voti a sufficienza per vincere, lo può fare con la legge attuale, gli da lo stesso identico meccanismo...scarica la lega, va da solo e se ha i voti prende il premio di maggioranza sia con l'attuale legge elettorale che con quella che esce dal referendum. Facciano uno sforzo di approfondimento...».
La dichiarazione di Franceschini è in parte falsa, in parte sbagliata e in parte ambigua: intanto il referendum, non chiede di abrogare “la legge che toglie agli italiani il diritto di votare gli eletti”. Non è così perché, a parte il fatto che, come abbiamo già detto, non si può abrogare tutta una legge elettorale perché non si può stare senza le norme che permettano l'elezione del Parlamento, le preferenze non sono state tolte dalla legge Calderoli: sono state tolte dal mattarellum, la legge elettorale del 1993, che lo ha fatto sulla scia del referendum per l'elezione con il sistema maggioritario del Senato (anch'esso del 1993). Inoltre, punto fondamentale, questo referendum non ha nulla a che vedere con le preferenze: i tre quesiti riguardano il premio di maggioranza alla Camera, il premio di maggioranza al Senato, e il divieto di candidatura in più circoscrizioni. Nulla a che fare con le preferenze.
L'ambiguità è che Franceschini sembra aver chiaro quello che ho appena scritto, tant'è che dice: “Il sistema che ne esce non corregge gli errori, ma la domanda politicaè quella [di ripristinare le preferenze, pare]”. Mi chiedo: ma come fa ad arrivare a questo ragionamento? In che modo un voto che attribuirebbe il premio di maggioranza non più alle coalizioni (che anzi, sarebbero vietate!) ma al partito che prende più voti dovrebbe determinare un indirizzo politico del parlamento nel ripristinare le preferenze? Personalmente rimango in attesa.
Mi stupisce poi, il successivo ragionamento con il quale esorta i politologi ad accorgersi del fatto che il risultato del referendum sarebbe ottenibile anche senza il referendum: “Se Berlusconi decide di andare da solo....scarica la Lega, va da solo e se ha i voti prende il premio di maggioranza sia con l'attuale legge elettorale che con quella che esce dal referendum”. Certo, è una legge che ha un potenziale difetto (quello di distorcere in modo radicale il risultato elettorale con il meccanismo del premio di maggioranza) ma ha senso lottare affinché quel difetto potenziale diventi reale?
Tutte le posizioni che sono state prese nei confronti del referendum sarebbero sensate se non emergesse il seguente dato: sia il PDL, sia il PD dicono di votare sì. Il primo ha 271 deputati e il secondo ne ha 216. Insieme hanno 487 deputati, il 77% della Camera. Al Senato il PD ha 118 senatori e il Pdl ne ha 146. Totale 264, l'82% del senato. Ora, con questi numeri, se entrambi sono d'accordo con il risultato del referendum perché non approvano le relative norme per via parlamentare? Ipotizzo una chiave di lettura: il risultato finale del referendum è diminuire il diritto alla rappresentanza politica dei cittadini (perché se c'è uno che il premio di maggioranza lo conquista, gli altri lo subiscono “perdendo” seggi ai quali avrebbero diritto se non ci fosse questo meccanismi). E' probabile se queste norme fossero passate per la via parlamentare molti avrebbero gridato all'eversione. Così è molto più sicuro: si mostra ai cittadini un bello specchietto per le allodole, un po' di bugie sulla governabilità, un po' di bugie sulle preferenze, e intanto si fa passare una norma antipopolare per via plebiscitaria che ci farà rimpiangere la tanto vituperata Legge Calderoli.
Cosa fare il giorno delle votazioni? Io aspetterò le ultime ore. Se il quorum sarà basso andrò a votare ritirando solo la scheda del terzo quesito (in modo da non far salire il quorum per i primi due). Se il quorum verrà raggiunto, ritirerò tutte e tre le schede e voterò NO ai primi due e SI' al terzo quesito. |