“Non lo si dice ufficialmente e a cifra tonda, perché il momento è, o sembra, ancora quello dell’incubazione. La covata è a mezzo. L’esito non è scritto. La Costituzione del ‘48 non è abolita. Ma è sottoposta a erosioni e svuotamenti di cui nessuno, per ora, può conoscere l’esito. Forze potenti sono all’opera per il suo superamento, ma altre forze possono mobilitarsi per la sua difesa. La Costituzione è in bilico”. Con queste parole Gustavo Zagrebelsky ci mette in guardia da ciò che, latentemente, sta avvenendo: un attacco serrato, continuo, bipartisan alla Costituzione. Il potere sta tentando di superare quello che considera un ostacolo, e lo fa in maniera soft, cercando di convincerci a mezzo stampa e TV che sono necessarie grandi riforme costituzionali per adeguare la nostra Carta fondamentale ai tempi correnti. Attraverso le parole di un costituzionalista, allora, vogliamo dissolvere i luoghi comuni utilizzati per colpire il tessuto di garanzie su cui poggia quella che insistiamo a chiamare democrazia. Allo stesso tempo, però, è d’obbligo una riflessione. Se siamo arrivati a questo punto la responsabilità è anche di noi cittadini: è nostro compito, infatti, iniziare a prenderci cura della Costituzione, imparare a comprenderla e a difenderla, poichè ha un fortissimo valore etico-politico. Frutto del c.d. “velo di ignoranza”, quando ogni forza politica ha agito ponendosi nella prospettiva della minoranza, essa è costruita su un delicato gioco di diritti e garanzie, di poteri e contropoteri. La ragione fondamentale per cui dobbiamo batterci in sua difesa è proprio questa: la Costituzione è il fronte più avanzato di resistenza contro ogni tipo di potere oppressivo.
In ogni legislatura si parla della necessità di riformare la Costituzione. Spesso, però, nel dibattito politico si indicano le soluzioni senza parlare dei problemi, oppure, peggio ancora, ci si appella ad una generica “esigenza di modernizzazione”. Ci insegna invece Valerio Onida che “la prova della bontà di una Costituzione sta nella sua longevità”, poiché “le Costituzioni nascono per essere durevoli, se non eterne”. Qual è il suo giudizio rispetto a ciò? Quale ritiene sia lo scopo che spinge alla volontà di rivedere parti intere della Costituzione? Direi che la favola del suo “invecchiamento” non regge.
In buona parte, il “mito delle riforme costituzionali” è, appunto, un mito. Si paventano riforme costituzionali per raggiungere obiettivi diversi. Molti dei problemi ai quali si vorrebbe reagire riformando la Carta sono spesso già ora risolvibili mediante leggi, modifiche dei regolamenti parlamentari od opportuni comportamenti politici. La nostra è una buonissima Costituzione: ha funzionato adattandosi ai diversi momenti storici e ha ancora notevoli capacità di adattamento. Purtroppo, però, anche le buone Costituzioni non possono scegliersi le classi politiche chiamate ad applicarle.
Quindi lei è molto critico verso questa volontà di riformare a ogni costo?
Puntuali modifiche della Costituzione, in particolare della seconda parte, si possono operare (e talvolta sono auspicabili). Ad esempio, si può ritoccare il principio bicamerale. Voglio però citare riforme che non vedo mai menzionate: i quorum previsti per le revisioni costituzionali, per l’elezione del Presidente della Repubblica, per la validità dei referendum ecc.., sono stati concepiti allorché vigeva un sistema elettorale proporzionale, con una pluralità di partiti in competizione e scarso assenteismo. Questi quorum adesso hanno a che fare con un sistema partitico completamente diverso: in base alla legge elettorale vigente la maggioranza di governo ha ora estrema facilità a modificare la Costituzione ecc. E minoranze coalizzate possono vanificare ogni referendum, così impedendo a questo importante strumento di controllo di funzionare.
Le modifiche che lei cita, però, riguardano un riequilibrio dei poteri e un innalzamento delle garanzie, mentre la tendenza odierna è un’altra: rafforzamento dell’esecutivo e forte incidenza sui contropoteri. La riforma del 2006, ad esempio, intendeva modificare la composizione della Corte costituzionale allargando il numero dei giudici nominati dal Parlamento.
Infatti stiamo parlando della necessità di ricalibrare le garanzie, di riequilibrare i pesi e contrappesi. La direzione in cui si procede è esattamente contraria, negando con ciò il messaggio più profondo del costituzionalismo, che auspica la limitazione del potere, poiché la storia insegna che chi detiene il potere tende ad abusarne. E aggiungo un altro profilo. I politici ripetono continuamente di voler riformare la seconda parte della Costituzione senza toccare la prima, quella in cui sono enunciati i diritti. Ma agendo malamente sulla seconda parte, in cui sono disciplinate le garanzie dei diritti, è possibile, in definitiva, svuotare la stessa prima parte della Costituzione.
Un altro leit motiv utilizzato per giustificare le riforme costituzionali è l’instabilità del sistema politico. Onida afferma che “quando sembra che la politica sia in affanno, ecco che si torna a premere il pedale delle riforme costituzionali come obiettivi alternativi da dare in pasto all'opinione pubblica”. Lei è d’accordo?
Sono d’accordo. Non è la Costituzione che può rafforzare la stabilità di un esecutivo: questa dipende dalle condizioni politiche in cui l’esecutivo stesso si trova a operare, dalla litigiosità dei vari partiti che compongono la coalizione di governo, ecc. Molto spesso il richiamo alle riforme costituzionali è uno “specchietto per le allodole”, usato per nascondere le incapacità del ceto politico.
Quindi è chiaro che anche l’argomento della stabilità, di cui tanti politici si riempiono la bocca, risulta pretestuoso?
Dal 2001 al 2006, nonostante qualche piccola crisi, abbiamo avuto sostanzialmente lo stesso governo. E, probabilmente, questa legislatura durerà cinque anni e con un unico esecutivo. La stabilità non è tanto frutto delle regole costituzionali quanto della buona volontà delle coalizioni che sostengono il governo.
E secondo lei è possibile stabilire una diretta correlazione tra legge elettorale e frammentazione del sistema politico? O, ancora una volta, la “stabilità” non è forse un problema puramente politico? In fondo, anche immaginando un sistema perfettamente bipartitico, il problema continua a sussistere se all’interno di ogni partito si presenta una molteplicità di correnti in competizione.
La legge elettorale, i regolamenti parlamentari e anche la legislazione di contorno (sul finanziamento dei partiti, sulla propaganda elettorale, sulla “par condicio”, ecc..), sono molto importanti nell’ottica della stabilità e della lotta alla polverizzazione. Agendo sulle norme contenute in queste fonti si possono dare input significativi. Ad esempio, non hanno senso i finanziamenti distribuiti a pioggia ai partiti che superano risibili percentuali elettorali: un invito a sgomitare per rendere visibile il nulla. Ma il problema della stabilità – sono d’accordo – va ricercata nei comportamenti politici.
Gustavo Zagrebelsky afferma che al giorno d’oggi rispetto alla Costituzione c’è una “perdita di senso”, poiché da molti costituzionalisti essa è percepita come una somma di singole norme invece che come un insieme unitario. E ciò comporta che tali norme possano “essere considerate, interpretate, […] modificate una per una, secondo finalità contingenti. L’idea di Costituzione viene così polverizzata”. E’ d’accordo?
Il mondo dei costituzionalisti, e dei giuristi in generale, è molto variegato. Io distinguo tra i costituzionalisti “cani da guardia” del potere e i costituzionalisti che premono per entrare a far parte del sottobosco del potere. Detto ciò, è verissimo che la lettura della Carta costituzionale non può e non deve avvenire per compartimenti stagni, perché la Costituzione traccia dei fili rossi trasversali alle sue norme. Ad esempio, il principio personalista, il sostegno del pluralismo delle opinioni, delle organizzazioni, delle religioni. La laicità come principio supremo. Il principio di separazione dei poteri in funzione di garanzia. Si tratta di veri e propri meta-valori. I modi in cui i giuristi hanno reagito al caso “Welby” o al caso “Englaro” è molto istruttivo: c’è chi ha interpretato quelle vicende applicando i principi costituzionali e chi invece ha preferito far riferimento a valori che hanno altre fonti, pretendendo di soppiantare quelli stabiliti dalla Carta. E si pensi a cosa sta accedendo con la legge sulle direttive anticipate: un monstrum.
Zagrebelsky afferma che “la concezione della Costituzione è un prodotto culturale… che viene a determinarsi come effetto del nostro stesso prenderci cura di lui”. Come può contribuire il semplice cittadino a far “vivere” la Costituzione?
Già Calamandrei, proprio parlando a una platea di studenti, affermava che la Costituzione è di per sé un foglio di carta, mentre spetta ai cittadini darle corpo e sangue. La Carta può essere fatta vivere in molti modi: esercitando in maniera costante i diritti in essa previsti e stimolando il funzionamento delle garanzie che essa prevede. Quindi: partecipazione, manifestazione del pensiero, libertà associativa, libertà di critica, avanzare pretese (ad esempio di avere un’istruzione pubblica efficiente e non strangolata dalla mancanza di risorse), voto consapevole, responsabile e “utile” in ogni competizione elettorale. Essere un corpo elettorale che partecipa attivamente al dibattito politico è il modo migliore per tenere sotto pressione il potere. Se i “potenti” si rendono conto di avere a che fare con elettori permeabili a ogni frottola anche la Costituzione e i nostri diritti corrono rischi. La partecipazione critica alla vita politica è essenziale: la mansuetudine è una virtù degli animali, non degli uomini.
* Professore associato di Diritto costituzionale presso l’Università di Ferrara