E’ superfluo, ormai, ricordare tutti i punti in cui si sono costruite fandonie sulla pelle di incolpevoli – alcune volte volutamente, altre meno; su www.everyonegroup.com potete trovare al riguardo un dossier in cui si sottolineano ampiamente le fasi delle indagini che o non stanno in piedi, o sono state palesemente costruite ad arte per incastrare Racz e Isztoika Loyos.
Con il mio Gruppo, sin dall’inizio, abbiamo prodotto documenti di contro-indagine e li abbiamo indirizzati alle Autorità romene, ai membri degli organismi dell’Unione europea, ai deputati e ai senatori italiani e alla stampa romena e nazionale. Ovviamente, l’Italia è rimasta coerente, con pochissime eccezioni, con le soluzioni finora adottate: censura di tutte le forme dissenzienti dalla visione di Autorità e Istituzioni, servilismo al potere, ostruzionismo della verità, insabbiamento delle prove a discolpa degli indiziati. Dall’estero, però, l’eccessiva limitazione di libertà nonché le teorie razziste, anti-scientifiche e tipiche del Manifesto razzista del 1938 delle Autorità (ricordiamo la pacchiana teoria degli Inquirenti della Squadra Mobile romana, riportata sul Corriere della Sera e altri quotidiani, secondo cui il cromosoma Y rilevato nei frammenti di DNA raccolti sul luogo dello stupro denoterebbe l’appartenenza all’etnia romena degli aggressori) non è passata inosservata.
Gli eurodeputati Giulietto Chiesta (PSE) e Viktoria Mohacsì (ALDE) hanno reputato immediato intervenire, recandosi – il primo di persona, la seconda con un mandato scritto affidato a noi leader di EveryOne – al carcere romano di Regina Coeli, dove i due romeni sono detenuti dal 17 febbraio, per una visita ispettiva che verificasse le loro condizioni di salute – specie in riferimento alle confessioni di Isztoika Loyos e ai malesseri di Racz riportati dalla stampa italiana – e appurasse la veridicità delle dichiarazioni apparse sui media italiani, anche sull’andamento dell’intera vicenda.
Alle 10 del 13 marzo siamo entrati a Regina Coeli dall’ingresso di via della Lungara 34 e spiegato che si trattava di una visita ispettiva, consentita in base all’articolo 67 della legge 354/75 che regolamenta il regime carcerario. Nonostante la regolare esibizione di tutti i nostri documenti, la direzione di Regina Coeli ha addotto per quasi due ore tutta una serie di pretesti formali e burocratici (avrebbe per esempio permesso l’accesso all’on. Chiesa, a Malini, Picciau e me ma – guarda caso – non al nostro interprete Rom romeno Ipat Ciuraru) che ci hanno proibito di esercitare le nostre prerogative.
“Si tratta di una grave violazione delle regole democratiche, che fa parte di un'operazione politica organizzata:” ha scritto nel suo sito Giulietto Chiesa. “Pur di sbattere un mostro in prima pagina, si mette alla gogna il primo malcapitato, sull'onda emotiva di un'opinione pubblica sempre più spaventata dai media. Il caso dei due rumeni peraltro dimostra che tali comportamenti isterici sono dannosi per lo svolgimento delle indagini, distorcendone il regolare funzionamento e impedendo l'individuazione dei reali colpevoli”.
Che altro dire? Benvenuti nell’Italia della repressione, della criminalizzazione dello straniero innocente, della morte del diritto. Ancora una volta ha vinto il fascismo squadrista istituzionale; ma né io né il Gruppo EveryOne ci fermeremo.
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matteo.pegoraro@everyonegroup.com