Quando si parla di Versilia, viengono subito in mente il mare, i vip e le vacanze; ci immaginiamo un posto da sogno baciato dal sole e dall'aria pulita. Beh, non è proprio così. Quello che non si sa infatti, è che la Versilia, è una delle zone con la più alta incidenza di tumori in Italia. In alcune zone, la probabilità di ammalarsi diventa quasi una certezza, con un dato di addirittura il 67% della totalità dei decessi, avvenuta proprio per tumore.
Una delle cause di tutto questo,è da ricercarsi con molta plausibilità nell'inceneritore del Pollino, area nel comune di Pietrasanta. Una struttura che, situata a 4 chilometri dal mare, sopra due falde acquifere, in una zona esondabile nei pressi di un fiume, distante meno di un chilometro in linea d'aria da un ospedale, vicino ad abitazioni, allevamenti e colture, nonostante le ripetute proteste dei residenti e le numerose incongruenze riscontrate dalla sua nascita in poi, per volontà politica (e non solo), si è dovuta fare. A tutti i costi.
Per spiegare come "si è dovuto fare e tutto ciò che non va", dobbiamo partire da lontano. Precisamente dal 1988.
In quell'anno, nella zona dove sorge l'attuale termovalizzatore, ve ne era un altro, più vecchio. Che fu chiuso a furor di popolo.
I cittadini, stanchi di svegliarsi ogni mattina con case, auto e terreni coperti di cenere, occuparono l'entrata della struttura. L'allora nuovo pretore della zona, Franco Carletti, dopo aver ascoltato gli occupanti, fermò l'impianto ed ordinò un a perizia ad un ingegnere varesino. Vincenzo Bonaventura, così si chiamava il perito, rilevò una concentrazione altissima di furani metalli pesanti, diossine e sostanze tali da far classificare i rifiuti come tossici pericolosi e da far dichiarare che il posto doveva essere bonificato al più presto per scongiurare, se non era già avvenuta, la contaminazione delle falde.
Chiuso immediatamente nel 1988 l'inceneritore, in funzione da circa 17 anni, la popolazione cessò le proteste e la zona tornò a respirare. Passati cinque anni da quella data però, scoppiò un problema rifiuti in Versilia. Per risolverlo, la regione Toscana, pensò allora alla costruzione di un nuovo impianto.
Per elaborare un progetto e trovare un'area adeguata, fu nominato un commissari o ad acta, Roberto Daviddi, che, appena giunto sul posto, si trovò di fronte a due possibilità. La prima era fare un impianto a Massarosa, luogo dove già vi era un impianto di compostaggio, la seconda era farlo nuovamente nella zona del Pollino, lo stesso posto che aveva ospitato il precedente impianto. Sulla seconda possibilità, Daviddi, come testimonia la relazione del 2008 della Commissione speciale di inchiesta della provincia di Lucca in merito, si mostrò perplesso e fece presente di aver prospettato il problema più di una volta in regione, proponendo di fare l'impianto a Massarosa ove già era situato l'impianto di compostaggio. Dall'assessore all'ambiente regionale dell'epoca, Moreno Periccioli, la risposta alle sue perplessità fu, come sottolineano i verbali, "il commissario ad acta non pensa, opera". Di conseguenza, via libera al nuovo inceneritore del Pollino.
In un sito che, nonostante le raccomandazioni di Bonaventura, sino a quel momento non era ancora stato bonificato.
Incuranti di questo, venne varato il progetto esecutivo regionale chiamato per l'appunto "Piano Daviddi", e si andò alla votazione in Conferenza dei Servizi, un organo che aveva una imprenscindibilità burocratica, ovvero ogni progetto votato doveva riscontrare l'unanimità. Alle votazioni, come riportano i verbali, venne invece riscontrato un parere negativo e due con riserva. La conseguenza, come risulta da una lettera firmata dall'allora sindaco di Pietrasanta, è che l'impianto non ottenne la concessione edilizia.
Ma questo non risultò un deterrente ai fini della prosecuzione dei lavori. Si va avanti e, il 15 settembre del 1994, per rendere agibile il luogo, venne approvato in Conferenza dei Servizi un progetto di bonifica che, visti gli alti costi, non comprendeva tutta la zona.
L’area da bonificare, venne individuata in 28 mila 200 metri quadri e l'operazione suddivisa in tre fasi. Vennero completamente bonificati solo 7120 m2, equivalenti al piazzale dove adesso insiste l’attuale inceneritore. Altri 2420 metri sono invece, al momento, interamente da bonificare. Circa 16 mila 400 metri quadri, ovvero l'area nota come 'la collina delle ceneri', vennero messi in sicurezza perchè si rivelò impossibile asportare tutte le ceneri ed i rifiuti sotterrati. Questo intervento, conclusosi nel 1996, secondo la legge doveva esser monitorato per cinque anni e, nel caso in cui venisse riscontrata la tenuta della messa in sicurezza, rilasciata una certificazione. Ad oggi, nel 2009, la provincia di Lucca questa certificazione non l'ha ancora emessa. Se teniamo conto che questa collina è composta da 150 mila metri cubi di ceneri, c'è poco da stare allegri.
Vi domanderete, ma questa collina non crea del percolato? Si che ne crea. E tanto. Stando alle dichiarazioni del responsabile del dipartimento provinciale dell'Arpat di Lucca, Marco Pellegrini, l'Ersu, ovvero l'azienda che gestisce la raccolta dei rifiuti per il comune di Pietrasanta, ne ipotizza ben "200 mila metri cubi all'anno". Se si pensa che, come la legge impone, questo liquido venga captato tutto ed opportunamente trattato o nel sito stesso dell'inceneritore oppure trasportato in impianti ad hoc beh, qua la faccenda si fa oscura. Un depuratore, stante inizialmente in un altro luogo e spostatovi a suo tempo dal Comune, c'è. Il problema è che, sempre stando a Pellegrini, vengono trattati 5 metri cubi al giorno, per un totale di 1825 metri cubi all'anno (che costano ai contribuenti 18 euro al metro cubo, ovvero 32 mila 850 euro all'anno). Che fine faccia il resto non si sa. Pare che venga rigettato nelle vasche di raccolta della collina. E qua, arriva uno dei fatti "strani". In teoria, se si rigetta il liquido in una vasca dalla quale lo si era tolto perchè ve ne era troppo, prima o poi questa dovrebbe traboccare. In questo caso invece, sembra che resti sempre alla stessa altezza. Non si sa di conseguenza se ci siano delle perdite o meno. Se ci fossero, come sospetta l'Arpat, con molta probabilità finirebbero direttamente in una delle due falde acquifere sottostanti.
Torniamo a parlare della bonifica. Sulla prima pagina del progetto dell'inceneritore del Pollino, finito di costruire nel 2002, c'è scritto che "l’impianto insiste su un area di 28200 mq interamente soggetta a bonifica, presupposto essenziale per qualsiasi intervento". Qua, il collodiano Pinocchio si fregherebbe le mani. Ad oggi infatti, il sito non solo non è stato ancora integralmente bonificato ma non si sa nemmeno se la messa in sicurezza della collina tenga. Tralasciando che la legge prevede che si possano riutilizzare i terreni inquinati una volta bonificati e certificati, in questo caso si è riusciti a fare un carpiato notevole. Essere fuori norma anche per quello che si rassicura nella prima pagina di un progetto, non è da tutti. Tanto di cappello.
Continuiamo con la storia di questo inceneritore.
Arriviamo al 29 giugno 1996. In quella data viene emesso il bando di gara per stabilire chi costruirà l'impianto. Nei requisiti principali per potervi partecipare, vi era quello di essere iscritti all’albo degli smaltitori. La ditta che vinse l'appalto, ovvero la Termomeccanica srl, se lo aggiudicò senza esservi ancora iscritta. A rigor di logica, visto il grossolano errore, si dovrebbe rifare il concorso. Stavolta, si pensò semplicemente di aggiungere nel bando 'basta aver presentato la domanda'. La ditta che vinse l’appalto, la domanda la presentò di conseguenza il 10 luglio 1996. L'iscrizione quando avvenne il 25 gennaio 1999, ben due anni e sei mesi dopo il bando. Che non è proprio un fatto normale.
Il 31 luglio del 1997, il commissario Daviddi e la Termomeccanica srl, stipularono il contratto. Un contratto però che, stando al nuovo Decreto Ronchi che imponeva la valutazione di impatto ambientale, risultava al momento nullo. La struttura infatti, non aveva e non ha questa valutazione.
Se adesso pensate che venne fatto un nuovo contratto, avete sbagliato di grosso.
Ci si mise semplicemente una pezza. A farlo, ci pensò la Regione Toscana con una legge che, in parole povere, attuava le direttive del decreto Ronchi ma approvava un comma che aggirava l'ostacolo. Il comma diceva che " gli impianti appaltati si considerano esistenti". Con queste poche parole, di fatto venivano annullati tutti i vincoli che il Decreto Ronchi metteva alla costruzione di nuovi inceneritori.
Nel frattempo, i cittadini che avevano bloccato il precedente inceneritore, decisero di riprovarci. Era l'8 ottobre del 1997. Ancora una volta, uomini, donne, bambini e persone anziane si riunirono pacificamente davanti l'area, stavolta per bloccare l'avvio dei lavori. L'epilogo però fu diverso rispetto a quasi dieci anni prima. La polizia stavolta caricò ed avvennero scontri. Circa 100 persone furono fermate e denunciate. I lavori dunque non vennero fermati.
Se non riuscirono i cittadini a rallentare i lavori, ci riuscì il mai domo decreto Ronchi. Secondo q uesta legge infatti, le province erano sovrane sul proprio territorio e, quando la provincia di Lucca approvò all'epoca dei fatti il piano dei rifiuti, la costruzione di un nuovo inceneritore non era prevista da nessuna parte. Cosa fare allora? Legalmente, l'impianto era fuori legge. La soluzione, ancora una volta arrivò dalla Regione. Il 5 agosto del 2003 infatti, venne approvata una legge in cui si dichiarò che la Regione Toscana poteva, a suo piacimento, mettere o togliere inceneritori in tutto il suo territorio, sovrastando così i piani provinciali. Una vera e propria dimostrazione di forza.
L'inceneritore che si doveva fare era fatto, ed aveva praticamente avuto il via libera anche da parte dei vincoli legali.
Un anno prima, nel 2002, i collaudatori iniziarono a dare le stime di quanto poteva bruciare questo impianto.
A dispe tto del progetto che prevedeva la possibilità di bruciare 38 mila 500 tonnellate all'anno per 5500 ore lavorative, venne stimato che la struttura poteva bruciare 44 mila tonnellate, pari a 7700 ore lavorative. Così facendo, era anche in linea col piano regionale della Toscana che prevede uno standard lavorativo almeno dell'85% di ore lavorative per questi impianti.
Nel 2004 però, i dirigenti della società che gestiva l'inceneritore, decisero che volevano lavorare ancora di più.
Il dirigente della Provincia di Lucca, preposto a rilasciare le autorizzazioni, per ben due anni, 2004 e 2005, dette allora alla struttura concessioni provvisorie che, senza collaudo, gli facevano bruciare più di 44 mila tonnellate all'anno.
Incredibilmente,la Commissione Ambiente dichiarò in merito che "l’incr emento richiesto dei quantitativi di materiale da trattare, circa 16 mila tonnellate in più, potrebbe essere autorizzato con l’obiettivo di sperimentare e di verificare i sistemi di controllo e di monitoraggio". Se in teoria per l'aumento delle tonnellate sarebbe stato necessario collaudare di nuovo l'impianto, in pratica questa disposizione diceva che veniva collaudato usandolo.
Non fa una piega...
Senza avere nemmeno la valutazione di rischio sanitario, dal 2006 nel sito vengono bruciate 59 mila tonnellate annue che sarebbero pari a 347 giorni lavorativi. In pratica ben il 95% dei giorni in un anno, ovvero una mole di lavoro tale da non essere nemmeno ipoteticamente sopportabile perchè, con tutto questo lavoro, si riducono di conseguenza drasticamente i giorni di manutenzione.
Se si brucia tanto, comunque, i controlli delle emissioni dovrebbero essere rigidi per tutel are al meglio il cittadino. In questo caso però, considerando che praticamente tutte le analisi periodiche venivano effettuate in autocontrollo dalla ditta stessa - tranne due controlli annui sulle diossine di una manciata di ore fatte per legge dall'Arpat, gli abitanti della zona non hanno creduto alla rigidità di questi esami .Senza insinuar niente ma non fidandosi molto della situazione, i cittadini chiesero a più riprese maggiori controlli e, dopo lunghe pressioni, riuscirono ad ottenere il monitoraggio continuo per 15 giorni ai camini. Un monitoraggio "dimezzato" però.
La Provincia ha infatti consentito alla ditta che gestiva l'inceneritore di eseguirlo alternativamente su un camino per volta e non di farlo contemporaneamente.
Una situazione che, anche al meno malizioso, può far insinuare il dubbio che sulla linea non controllata venga dirottato quello che non ci dovrebbe essere , mentre sul camino monitorato passino, in quel momento, fumi opportunamente puliti. Se i cittadini avevano chiesto maggiori controlli, tuttavia, avevano i loro motivi. Dati alla mano infatti, (senza considerare una ricerca condotta pochi anni prima da due ragazze fra le famiglie che abitano nelle vicinanze dell’inceneritore nella quale chiedendo le cause di morte dei componenti del nucleo familiare il risultato fu una percentuale per decessi da tumori pari al 67%), l’impianto ha sforato, dal 2003, anno in cui ha cominciato a bruciare rifiuti, il limite massimo di emissione di fuoriscita di diossina per ben 6 volte e talvolta per molti giorni consecutivi. Per la precisione, il 9 e 10 settembre 2003 di ben 14 volte il limite consentito, il 25 ottobre 2003 di 3 volte tanto, il 10 febbraio 2008 4 volte, dal 25 maggio al 23 giugno 2008, ben 20 volte e dal 26 giugno al 15 luglio 2008, 4 volte. E sono sostanze, quelle emesse, per le quali studi medici approfonditi non hanno trovato nessuna traccia di tollerabilità, nemmeno a livelli minimi, da parte dell'essere umano e che possono avere un raggio d'azione di chilometri e chilometri andando così ad interessare tutta la zona versiliese e non solo. Oltretutto, v'è da ricordare che, sempre secondo studi, è accertato che le diossine, entrano nel nostro organismo principalmente per ingestione con gli alimenti (su questi finiscono semplicemente cadendovi sopra, nella terra dove crescono o venendo inalate nel caso di esseri viventi, e non c'è modo poi di bonificarli se non in laboratorio, tenendo ben presente che anche qua bisogna vedere se è possibile), si depositano quindi nei grassi, nel fegato e nel sangue e da lì provocano tutta una serie di patologie, cancro e malformazioni fetali comprese.
In base a questi accertati sforamenti è stato, di conseguenza, chiuso l'impianto? Nel 2003 sì, ma non nel 2008 perchè il metodo usato in quest'ultimi rilevamenti (Amesa, che consiste in pratica nell'osservazione del camino per 20 giorni consecutivi a dispetto delle sole 8 ore del metodo precedentemente usato dall'Arpat) non è considerato ufficiale anche se è stato autorizzato dalla Provincia con la prescrizione che, come controllo, venisse applicato tale metodo.
Vi sono anche altre "stranezze" come il fatto che, tranne i 27 mila metri quadri sui quali insiste l'inceneritore dichiarati zona industriale, l'area intorno, denominata di alto pregio ambientale, non è edificabile perchè esondabile e che la stessa dove sorge l'impianto, è stata messa in sicurezza due anni dopo che l'inceneritore era in funzione.
I firmatari del progetto invece sono divenuti i direttori dei lavori per la costruzione dell'impianto mentre il professionist a che aveva dato il parere negativo al Piano Daviddi nel 1995, ha siglato il primo collaudo per il comune ed ha firmato delle relazioni tecniche per la ditta che gestisce la struttura.
C'è inoltre il fatto che la struttura emette un rumore assordante. All'epoca dei primi controlli, l’Arpat effettuò misurazioni specifiche in merito e queste sforavano i limiti consentiti. Il Comune però non aveva ancora un Piano Acustico così l’impianto, anche se diffidato, non venne fermato. Quando il comune di Pietrasanta elaborò ed adottò il Piano Acustico, arrivò un'altra pezza. Alla sola zona dell'inceneritore infatti, venne attribuita la classe VI, ovvero quella da attività industriale. Così facendo, esso poteva arrivare fino a 70 decibel di giorno e 60 di notte, senza alcun obbligo di risanamento acustico.
Se si considera che il perimetro dell’inceneritore è l’unica zona nel comune di Pietrasanta a cui è stata assegnata la classe VI, in un'area nella quale l'attività industriale prevalente è quella delle segherie di marmo, per natura rumorosissime, la decisione lascia alquanto perplessi.
E c'è da restarci ancor di più se si pensa che il Piano Acustico è stato si adottato ma non approvato dal Comune. Di conseguenza per legge, è presumibile che attualmente l'impianto andrebbe rivisto anche solo per il suo impatto acustico dato che potrà fare tutto questo rumore, solo quando questo piano sarà approvato e non già da ora come invece avviene col beneplacito degli enti.
Recentemente però, il 4 ottobre del 2007, Veolia, uno dei più grandi colossi industriali mondiali nel trattamento dei rifiuti, ha acquistato l'impianto e d ha subito denunciato varie infrazioni. Uno dei suoi ingegneri, Paolo Rossi, ha affermato alla Commissione Provinciale di inchiesta che si erano accorti degli sforamenti di monossido di carbonio dell'aprile-maggio 2008 e che, appena avutene certezza, avevano chiuso la linea 2 per una quarantina di giorni. Ufficialmente per lavori straordinari. Nonostante questo però, l'impianto ha lavorato (tra l'altro solo con la linea 2 che nel frattempo era stata riaperta dato che la linea 1 era stata chiusa per manutenzione intorno a metà luglio) e prima della sua chiusura per lavori a metà ottobre del 2008, ha sempre, anche se in misura inferiore, sforato per il monossido.
Dopo questi lavori di manutenzione, comunque, la nuova ditta che gestisce l'inceneritore afferma che tutti i problemi riguardanti gli sforamenti sono stati risolti.
Delle restanti magagne, non si fa parola.
Come abbiano fatto tuttavia a risolvere con solo dei lavori di manutenzione e non strutturali il fatto che un impianto progettato per bruciare 38 mila tonnellate di rifiuti ne bruci ora circa 59 mila e di conseguenza sfori, per ovvi motivi, i limiti in continuazione, è un mistero quasi mistico.
Uno dei nuovi rischi per la zona comunque, tante volte ne mancassero, viene dalla regione Toscana e dalla sua idea di dividere la gestione dei rifiuti regionale in tre zone.
Se per mano del Decreto Ronchi infatti la raccolta differenziata dovrà aumentare sempre di più, riducendo così i rifiuti da bruciare, per quella del contratto Daviddi quest'ultimi non dovranno calare. Se i contribuenti locali non vorranno pagare lo stesso il quantitativo di tonnellate annue convenute a suo tempo con l'azienda che gestisce l'impianto, dovranno essere importati i rifiuti dalle altre province. Si parla già dei rifiuti del fiorentino e di altre zone della Toscana. Per una zona chiamata un tempo "Perla del Tirreno", si prospetta un futuro da "Pattumiera del Tirreno".
Un bel passo avanti come si suol dire.