Sembrava di vivere la foto di Nick ut che ritraeva la piccola vietnamita Kim Phuc in fuga dal bombardamento al napalm del suo villaggio. Era questa la scena che si presentava agli occhi di una persona appena giunta sul luogo del disastro ferroviario lunedì notte a Viareggio. Persone coi vestiti che gli si erano letteralmente squagliati addosso sino a formare un’unica pelle, che vagavano in cerca di aiuto, altri invece che dalle bruciature riportate non riuscivano nemmeno ad alzarsi da terra, chi ansiosamente cercava i propri cari tra la folla sperando che non avessero avuto brutta sorte, urli, pianti, sgomenti e fuoco ovunque. Un inferno.
E tu che eri lì a cercare di dare una mano in qualche maniera, ti sentivi sempre più impotente e terrorizzato alternando momenti nei quali, carico di adrenalina, ti sforzavi di renderti utile al massimo ad altri nei quali guardandoti intorno avresti solo voluto portarti le mani al viso e piangere.
All’arrivo delle prime ambulanze, sforzandosi oltremodo e perdendo larghi tratti di pelle, i feriti vi si gettavano praticamente addosso in cerca di aiuto. Dopo un’ora dall’inizio del rogo, le fiamme non solo non accennavano a diminuire ma aumentavano. L’aria si faceva acre in modo via via più forte, prendendoti la gola sino a procurarti dei conati di vomito e dolori al fegato.
Attimi prolungati di panico si erano creati quando un camion cisterna, del quale non si sapeva il carico portante (poi rivelatosi ore dopo di cereali), parcheggiato in via Pietrasanta prende fuoco. Nonostante il pericolo, la zona però si fa sempre più affollata, con la gente, come ipnotizzata, attirata da quella luce viva in lontananza che man mano che uno si avvicinava diventava sempre più grande e calda.
Frattanto che alcuni vigili del fuoco combattevano le fiamme, altri attuavano una corsa contro il tempo per sottrarre la gente dalle macerie con qualsiasi mezzo, mani, secchi, pentole e addirittura fermando gli scooteristi che passavano per sottrargli il casco.
Le sirene delle ambulanze non smettevano mai di suonare in una notte diventata lunga come una stagione. I botti delle lamiere delle auto in fiamme creavano, insieme alle urla di dolore, un sottofondo da guerra.
Sono quasi le sei quando l’incendio viene domato.
Albeggia anche se sembra che il sole non sia mai andato via. Non è un bel risveglio per la città. L’incendio gli ha squarciato il ventre, ha tolto la vita ad alcuni suoi abitanti mentre ha estirpato un qualcosa di indefinito e inincalcolabile a chi è sopravvissuto.
Francesco Bertolucci