La differenza tra essere umano e “risorsa umana” sta nel pensiero che sa distinguere una persona da un oggetto inanimato, altrimenti si produce infelicità.
Ce lo ha insegnato Adriano Olivetti, ma non abbiamo voluto imparare.
Un desolato corridoio
Si percorre un lungo e desolato corridoio.
A metà di esso, sulla destra c’è una porta, al di là della quale una stanza scarna e semibuia ospita solo un grande tavolo sul quale è disteso, supino, un uomo con una pancia molto grande. Se non fosse per il lungo respiro regolare che gli solleva il pancione, si penserebbe a un corpo in un obitorio, in attesa di autopsia.
Più avanti a sinistra, un’altra porta immette in un grande stanzone piuttosto triste, sebbene all’interno vi siano tante persone. Ci sono scrivanie sparse qua e là disordinatamente, e dei computer. Dietro a uno di questi, un omino spettinato e con la barba incolta guarda catatonico il giornale Il cavallo; ogni tanto, lentamente, fa dei segni con la penna sulle pagine aperte; fuma gettando la cenere in terra e nel semicerchio intorno alla sua sedia si scorge un tappeto di cicche. A ben guardare in tutta la stanza ci sono delle zone, ben delimitate, con cumuli di sigarette lasciate morire sul pavimento.
Di fronte, davanti a un altro computer, un uomo sui cinquant’anni portati male, scrive frenetico sulla tastiera, martellandola violentemente; ha una gamba del pantalone arrotolata fino al ginocchio, mettendo così in bella vista un calzino svenuto sulla caviglia, indossa una maglietta con le maniche tutte avvoltolate disordinatamente fino alla spalla; ha gli occhi sbarrati fissi sul monitor, e di tanto in tanto si porta il braccio destro dietro la nuca, per poi spingerlo oltre, fino a toccarsi la guancia sinistra. A intervalli regolari si dondola sulla sedia.
Da una stanza adiacente compare un altro uomo alto e magro con la capigliatura alla Geppetto; indossa dei pantaloni a quadrettoni verdi e neri, e se qualcuno gli rivolge la parola lui risponde agitato, dicendo: “scusami, non lo so…non lo so…è che non ci sto con la testa…poi sto facendo i lavori a casa e ho la polvere dappertutto, scusami…”, esce trafelato e va via. Tornerà dopo svariate ore.
Dietro un altro monitor, dal quale esce una musica da discoteca a tutto volume, c’è un uomo alto, sui trentasette anni, con l’aria da adolescente, che fa volare con un telecomando un giocattolo a forma di disco volante, partecipando alle sue traiettorie con esclamazioni in varie tonalità di voce, guardando di tanto in tanto i presenti con aria soddisfatta, come a dire: Visto come sono bravo?
Sulla destra in un angolo di questa sala, seduto ad una scrivania, c’è un omone anziano, molto alto e con l’aspetto assai serioso, in bermuda tenuti su da larghe bretelle; imita con la voce il suono della tromba, intonando brani conosciuti. In un’altra situazione, si potrebbe anche dire che è davvero molto bravo a farlo. Di tanto in tanto si ammutolisce, e resta a fissare il vuoto per lungo tempo.
Rannicchiata su una scrivania una donna di media età, accartocciata in un giacchetto di lana grigia, mette a posto delle carte protestando vivacemente, non si sa con chi e per cosa.
L’uomo dell’autopsia nel frattempo si è svegliato, entra nello stanzone con un passo lento e oscillante, inclinato su un lato, le mani incrociate dietro la schiena, la testa spinta in avanti come una tartaruga che si spertica fuori del suo guscio, guarda per terra e inizia a passeggiare per ore, su e giù, con lo sguardo perso chissà dove. A tratti si ferma, si dondola sulle gambe qualche secondo, e poi riprendere l’incessante passeggio; il suo abbigliamento è pieno di macchie ovunque.
Un telefono squilla su una scrivania abbandonata. Nessuno risponde.
Un lato di questa sala è semibuio, ha le finestre completamente chiuse dalle serrande abbassate, e sui vetri risaltano dei fogli attaccati con dell’orribile scotch marrone, dove una scritta con grossi caratteri ammonisce: Le serrande di queste finestre devono essere tenute chiuse.
Nessuno sa perché.
Non è una clinica psichiatrica, né un Centro d’Igiene Mentale, non un set cinematografico, e neanche una rappresentazione teatrale.
E’ il posto dove lavoro dal 1987.
Più precisamente è uno dei tanti uffici della Società cui appartengo, aperto al pubblico, frequentato da utenti che devono interagire con queste persone, che dovrebbero fornire loro dei servizi. E, bene o male, tra una suonata di tromba, un lancio di dischi volanti, e uno studio approfondito di cavalli da corsa, alla fine della giornata il lavoro, in qualche modo, è andato avanti.
Infatti, il problema non è questo.
E’ accaduto che da quando si è saputo che quest’ufficio deve chiudere ed essere trasferito altrove, i capi degli altri settori si sono precipitati a liberarsi di tutti quei soggetti troppo strani e portatori di problemi, che nessuno vuole, parcheggiandoli nell’ufficio che, da anni, sta lì, lì per chiudere; e per garantire la funzionalità del lavoro hanno dovuto inserire quelle quattro, cinque persone “normali”, le quali si sono rifugiate in una stanza attigua al salone dei “picchiatelli”, e che si riconoscono dall’aria esasperata che hanno.
Si capisce dai loro sguardi che per sopravvivere lì dentro stanno pagando un prezzo alto: tutti i giorni devono per forza improvvisarsi assistenti sociali e psicologi senza averne la capacità, la voglia, né riconoscimento alcuno di questa loro “mansione aggiunta”. Senza contare inoltre che, vista la situazione, devono sobbarcarsi l’intero carico di lavoro dell’ufficio.
In pratica il rapporto normali/malati è saltato del tutto, essendo aumentata in modo spropositato la presenza di soggetti patologici nello stesso luogo, e la vita per quei pochi sani è diventata un inferno.
Non essendo psichiatra, posso solo osservare le mie reazioni a tutto questo; posso solo cercare nel malessere che mi assale quando mi parla il signore dai pantaloni arrotolati. Quando mi sorride con gli occhi da matto e mi annuncia solennemente che lui ed io siamo fratelli. Posso cercare nell’insonnia che a volte, in piena notte, mi strappa al sonno con un sobbalzo doloroso, cosa che accade sempre dopo una giornata particolarmente difficile trascorsa in quel luogo, dove peraltro sono sempre particolarmente irritabile e dove, la mattina appena arrivo, assai spesso il mio umore precipita in un attimo, anche se da casa ero partita serena.
Capisco dunque che lì si genera malessere, e che se non sto attenta, vado a lavorare e mi ammalo.
Nessun capo ufficio, per esempio, ha resistito a lungo nel lavoro di coordinazione di queste persone, tant’è che alla fine hanno avuto la “geniale” idea di metterne uno che fosse all’altezza della situazione: il signore dai pantaloni arrotolati in persona!
Ciò significa che oltre allo svolgimento del normale lavoro, lui deve, o meglio dovrebbe, gestire anche il personale…
Nell’ambiente è conosciuto come il matto, ma come per tutti gli altri, quando se ne parla, non si va al di là della battuta, o della risatina scema nei corridoi. Ma chi era presente nel mio ufficio la Mattina della macchina da scrivere sa che c’è poco da ridere.
Era accaduto che un collega, precisamente l’adolescente che gioca con i dischi volanti, aveva prestato a una persona dell’ufficio accanto, appartenente a un altro Ente, una vecchissima macchina da scrivere, di quelle manuali per intenderci, in disuso da molti anni, dunque neanche più in carico alla mia Società, e quella mattina questa persona ebbe la malaugurata idea di venirla a restituire. In tutto questo c’erano problemi di linea e i computer non funzionavano, dunque non si riusciva a svolgere il normale lavoro e l’ufficio si era riempito di utenti molto, molto nervosi per la lunga attesa.
Il signore dai pantaloni arrotolati pensò bene di farsi prendere da una crisi di nervi, inizialmente silenziosa. Si chiuse nella sua stanza, ove vi restò quasi un’ora a scrivere al computer furiosamente. Tutti pensammo che si stesse occupando della situazione dell’ufficio senza linea, che nel frattempo era diventata fuori controllo, con la gente sempre più inferocita…
Invece uscì chiamando i colleghi più “normali” e la persona cui era stata prestata la macchina, in riunione. Chiuse la porta e fece un vero e proprio interrogatorio: voleva sapere chi di noi era stato a dare questa benedetta macchina a quel poveretto che ci guardava incredulo e non riusciva più a spiccicare parola, con gli utenti esasperati al di là del vetro che separa la stanza, che non capivano cosa stesse accadendo.
Tra di noi ci guardavamo smarriti, sapendo bene per esperienza, che dovevamo lasciargli smaltire la sfuriata, sperando che durasse il meno possibile, e guadagnarci così l’uscita per levarci in fretta da quella situazione a dir poco pazzesca.
L’interrogatorio durò quasi un’ora. Il malessere di tutti noi in quel frangente era visibile sui nostri volti, non tanto per quello che diceva e che era, ovviamente, senza senso, ma per il modo del suo esprimersi e il suo sguardo. Erano gli occhi della follia: sgranati e carichi di odio, sebbene la bocca simulasse un sorriso assai inquietante.
Alla fine di tutta questa commedia lo sentimmo canticchiare tra sé e sé Faccetta nera.
Esaurita quella poca pazienza che oramai mi era rimasta, mi feci prendere da un attacco di forte determinazione, e mi diressi senza indugi dal dirigente in persona. Così non si poteva più andare avanti.
Entrai decisa nel suo ufficio e senza sedermi, guardandolo dritto negli occhi, arrivai subito al dunque: lei deve immediatamente sollevare dall’incarico di capo servizio Il signore dai pantaloni arrotolati, perché è un malato di mente e noi giù stiamo tutti male…
Il suo primo sguardo di sincero stupore, misto allo sbalordimento per il mio ardire, si trasformò in breve tempo in un sorriso bonario e divertito, e iniziò a parlarmi con quel tono della voce leggermente in falsetto e un po’ giocoso, che alcune persone sono solite usare con, i bambini, gli immigrati e le donne, per elencarmi quelle che per lui sono le qualità del personaggio. In altre parole, quelli che secondo me sono i sintomi di un serio disturbo mentale, come ad esempio lavorare in maniera compulsiva per fare il più delle volte cose inutili, o rintanarsi nel buio dell’ufficio alle sei del mattino, per fuggire da una casa di quaranta metri quadrati piena di figli e di una moglie che sta male, sono per questo dirigente caratteristiche che fanno di lui un ottimo lavoratore…
Capisco, mentre parla, che sono dentro ad un mondo al contrario, dove chi è malato è utile a un sistema che ha come fine qualcosa che non riesco a comprendere, se il prezzo da pagare è l’infelicità. Un fine che passa sopra e travolge gli esseri umani.
Capisco di trovarmi in un mondo dove il benessere psichico delle persone non è proprio contemplato, non è da ricercare…forse non esiste proprio, e dunque non esiste neanche la malattia mentale…
Con un’ultima dose di disperata energia tento di raccontargli nei particolari il comportamento del signore in questione e il nostro malessere, penso che se insisto forse capirà di cosa parlo. Gli descrivo l’alto numero di colleghi con seri problemi di comportamento e della loro sofferenza, e di quella di chi sta loro vicino. Gli riferisco dell’uomo in attesa di autopsia, che se continua a stare così in abbandono farà una brutta fine. Gli chiedo esplicitamente aiuto: in quell’ufficio abbiamo bisogno di una mano, subito. Ma lui ripete il sorriso di cui sopra trattando la faccenda come un fenomeno folkloristico, e mi congeda divertito.
Uscii da quel colloquio con la netta sensazione che il vero matto era lui. O meglio, era quello più pericoloso, perché non suonava trombe, non indossava bermuda con bretelle, e neanche giocava ai dischi volanti: a vederlo sembrava proprio normale, e la sua freddezza d’animo nell’affrontare un problema che per molta gente era drammatico, era ben celata dietro giacca e cravatta.
Mi viene in mente una piramide alla cui base ci sono i picchiatelli, tutto sommato innocui, malati che non ammalano; vittime di un sistema che li abbandona a loro stessi; un sistema che se ne sbarazza, buttandoli dove capita, senza un progetto di recupero che li segua per mano in un percorso che li renderebbe parte di un ciclo lavorativo che gioverebbe senz’altro alla loro salute.
L’uomo dell’autopsia, ad esempio, sta molto male, ma non è stupido, e lamenta spesso il fatto di annoiarsi e di sentirsi inutile. Andrebbe seguito da persone qualificate presenti nel posto di lavoro e non lasciato solo come invece è nella realtà.
A dirigere i picchiatelli, hanno pensato bene di mettere un malato, che, a differenza dei primi è uno che gestisce la propria patologia a danno degli altri. E’ convinto di poter manipolare la mente altrui, e non so dire se e come ci riesca, ma posso dire per certo che è una persona che fa stare molto male, sebbene anche lui, in qualche modo, è una vittima; andrebbe affidato ad un bravo medico specializzato anziché favorire il suo comportamento chiaramente disturbato, facendogli credere di essere un bravo lavoratore. Qualcuno dovrebbe accorgersi che dove lavora lui le assenze per malattia dei suoi colleghi aumentano in maniera del tutto evidente.
Ma di tutto questo nessuno sembra preoccuparsene.
Capisco che più si sale la piramide e più scompaiono i sintomi, ed aumenta la freddezza. Mi rendo conto dunque, che andare a parlare con il capo dei capi e ancora oltre è perfettamente inutile.
Tuttavia non mi do per vinta e quando torno a casa accendo il pc, mi collego a internet e cerco, cliccando ovunque, una risposta alla mia domanda: esiste una qualche tutela della salute mentale di chi lavora?
Trovo tutto o quasi sulla salvaguardia della salute fisica, e nient’ altro.
Certamente, la tutela dell’integrità del corpo deve essere messa al primo posto, su questo non vi è dubbio, ma possibile che non vi sia nessun accenno nelle nostre leggi, o statuti, o regolamenti, alla salute mentale, come se questa non fosse da proteggere, subito dopo aver messo in sicurezza gli arti e i polmoni?
Interpello un avvocato e un paio di sindacalisti, ma anche loro, come il mio dirigente, scambiano la mia domanda per una battuta, uno scherzo.
In quell’ufficio ci sono persone che da tempo hanno perso la loro serenità, e io non comprendo proprio come mai questo susciti l’ilarità di tutti.
Capisco di essere sola. Io e la mia domanda senza risposta. Io e i miei colleghi picchiatelli, e quelli più sani, che subiscono le conseguenze di un ambiente malato, manifestando spesso dei chiari sintomi di angoscia, e non tutti, intuisco, capiscono il perché.
Dunque, chi soffre di disagi o vere e proprie malattie mentali lavora abbandonato a se stesso senza un piano di recupero che, sono sicura, gioverebbe ai diretti interessati, a chi sta loro vicino e al lavoro stesso. Chi invece non ha particolari disturbi psichici, rischia di andare al lavoro e, bene che va, essere costretto a vivere un notevole disagio, che se non sta attento, se lo porta a casa condizionando la sua vita privata, il suo umore, il suo sonno.
Questo posto sarà sicuramente particolarmente malato e in quanto tale, si spera, un caso raro, ma vista l’allegra noncuranza con cui viene trattata la storia da parte di chi potrebbe fare qualcosa, mi viene il forte dubbio che in generale ci sia una scarsa attenzione al benessere delle persone, e mi chiedo: quante piccole o grandi fabbriche di malessere esistono nel mondo?
Una stella che ancora risplende
(…) Talvolta quando sosto brevemente la sera, e dai miei uffici vedo le finestre illuminate degli operai che fanno il doppio turno alle tornerie automatiche, mi vien voglia di sostare, di andare a porgere un saluto pieno di riconoscenza a quei lavoratori attaccati a quelle macchine che io conosco da tanti anni.
(…) Tutta la mia vita e la mia opera testimoniano la fedeltà a un ammonimento severo che mio padre quando incominciai il mio lavoro, ebbe a farmi: “ricordati - mi disse - che la disoccupazione è la malattia mortale della società moderna; perciò ti affido una consegna: tu devi lottare con ogni mezzo affinché gli operai di questa fabbrica non abbiano da subire il tragico peso dell’ozio forzato, della miseria avvilente che si accompagna alla perdita del lavoro”.
(…) Nello sconsolato mondo moderno, insidiato dal disordinato contrasto di massicci e spesso accecati interessi, corrotto dalla disumana volontà e vanità del potere, del dominio dell’uomo sull’uomo, minacciato di perdere il senso e la luce dei valori dello spirito, il posto dei lavoratori è uno, segnato in modo inequivocabile.
Noi crediamo che, sul piano sociale e politico, spetti a voi un compito insostituibile, e di fondamentale importanza. Le classi lavoratrici, più che ogni altro ceto sociale, sono i rappresentanti autentici di un insopprimibile valore, la giustizia; e incarnano questo sentimento con slancio talora drammatico e sempre generoso; d’altro lato gli uomini di cultura, gli esperti di ogni attività scientifica e tecnica, esprimono attraverso la loro tenace ricerca valori ugualmente universali, nell’ordine della verità e della scienza.
Siete voi lavoratori delle fabbriche e dei campi ed ingegneri ed architetti che, dando vita al mondo moderno, al mondo del lavoro dell’uomo e della sua città, plasmate nella viva realtà gli ideali che ognuno porta nel cuore: armonia, ordine, bellezza, pace.
E voglio ancora ricordare come in questa fabbrica, in questi anni, non abbiamo mai chiesto a nessuno a quale fede religiosa credesse, in quale partito militasse, o ancora da quale regione d’Italia egli e la sua famiglia provenissero.
(…)“L’attenzione alle persone era un’impronta distintiva dell’Olivetti. (…) Se in altre aziende il lavoratore si confondeva in una massa indifferenziata, in Olivetti egli era una persona con una vita lavorativa ben individuata. I Servizi del Personale si avvalevano della collaborazione delle Assistenti Sociali e del Centro di Psicologia. Secondo la perdurante ispirazione di Adriano, “assumere” non significava limitarsi a comprare a tempo indeterminato la prestazione di una competenza professionale o di un’attività fisica. Assumere significava aprirsi all’ingresso di una persona, dalla quale ci si attendeva quella prestazione: l’esito degli studi ed eventuali precedenti lavorativi attestavano la sua possibilità di riuscire, ma la persona poteva attuarla in modo corretto solo se aperta ad acquisire la consapevolezza dei fini del lavoro comune. Pertanto non si intendeva solo proporre un contratto di prestazione, ma conoscere “chi era la persona” con la quale s’intendeva impegnare un rapporto. In Olivetti si respingeva la propensione al conformismo e all’aziendalismo acritico, forieri di comportamenti opportunistici e carrieristici. Si cercavano persone di spirito libero, di giudizio autonomo, aperte a interessi sociali e culturali, ossia la mente idonea al confronto e al dialogo: la fabbrica come comunità di spiriti liberi. (…)
(…) Un istituto peculiare dell’Olivetti è il Consiglio di Gestione. Ispirandosi a una politica economica di collaborazione per ricostruire il Paese, dopo la guerra, una legge istituisce nel 1948 i Consigli di Gestione come strumenti di pianificazione delle aziende. Questi istituti sono mal accettati e mal attivati dagli imprenditori, che all’inizio degli anni cinquanta se ne vanno liberando. (…)
Invece sentiamo la dichiarazione di Adriano Olivetti a riguardo, in un’intervista pubblicata su “News-week” il 26 settembre 1954:
Nella nostra fabbrica di Ivrea funziona dal 1947 un Consiglio di Gestione composto da rappresentanti della direzione e dei lavoratori.(…) Il Consiglio ha potere esecutivo sull’amministrazione e gestione della biblioteca, della mensa, della rete di trasporti per i lavoratori, dei permessi per studio, dei servizi medici, delle iniziative culturali e ricreative, delle colonie montane e marine per i ragazzi, dell’asilo, come pure dell’assistenza alle vedove e agli orfani. Tale Consiglio costituisce un terreno d’incontro democratico tra la direzione e i lavoratori, e si è dimostrato inestimabile nell’opera di familiarizzazione di tutti i componenti la comunità di fabbrica e gli obiettivi comuni.(…)
(…) Dal 1940 il Regolamento Assistenza Lavoratrici Olivetti prevede per le lavoratrici madri nove mesi di permesso retribuito (…), assicura assistenza medico-igienica alla madre e al lattante. (…)
(…) Il Fondo di Solidarietà Interna, istituito nel 1960, assicura prestazioni sanitarie e trattamenti ospedalieri di eccellente livello (dipendenti e familiari possono fruire di diagnostica e terapia anche in centri esteri).
(…) Il primo asilo di fabbrica è istituito nel 1934 (contemporaneamente al servizio di pediatria). (…) Le prime colonie estive per figli dei dipendenti sono del 1932 (…) S’inaugura nel 1961 la colonia montana di Brusson, fortemente voluta da Adriano Olivetti, e di nuova concezione, disegnata dagli architetti Conte e Fiori in stretta collaborazione con pedagogisti (…) Bimbi di età inferiore a tre anni, per i quali i sanitari raccomandano un soggiorno al mare, sono ospitati con le mamme in colonie dell’azienda (…) Figli di dipendenti delle consociate estere sono accolti nelle colonie italiane. Adolescenti italiani sono invitati in campeggi all’estero, loro coetanei stranieri, sono ospitati in campeggi italiani. (…)
(…) Il Centro Culturale organizza incontri pubblici in cui si susseguono politici, filosofi, artisti, (…) s’invitano complessi musicali e il cineforum proietta film d’essai (anche in mensa, durante l’intervallo meridiano del lavoro). (…)
Luigi Nono dirige un concerto in una sala allestita a fianco di un’officina, di fronte ad una platea in cui gli operai siedono accanto ai dirigenti.
(…) La forma della fabbrica deve testimoniare la dignità del lavoro e la centralità dell’uomo, come quella degli uffici, laboratori, centri di ricerca, istituti di formazione, case per i dipendenti, e le forme bellissime e funzionali degli asili-nido. (…)
(…) “A un certo punto l’azienda creò un Centro di Riqualificazione per i casi di disadattamento al lavoro, il cosiddetto Centro R, dove si cercava d’immettere di nuovo nel lavoro gli operai che per varie ragioni avevano avuto difficoltà nella loro precedente mansione. (…) In questo reparto, in cui si lavorava a ritmi più bassi e con mansioni più facili, si cercava di capire quali fossero i problemi di ciascuno; se ne occupava il dottor Novara e collaborava anche lo psichiatra, il dottor Aromando”.(…)
(…) Nel 1940 Adriano Olivetti realizza una biblioteca, anzi, le biblioteche: “culturale”, “divulgativo-ricreativo” e “tecnica”- Le prime due aperte a tutta la cittadinanza, la terza riservata ai soli dipendenti dell’Olivetti. (…).In queste biblioteche entrava il meglio della narrativa moderna e contemporanea, dei classici, dei testi per bambini e ragazzi, e saggistica: politica, economia, sociologia, storia, critica d’arte, spettacolo. (…). In fabbrica, erano disponibili oltre cinquantamila volumi, a disposizione dei dipendenti anche durante l’orario di lavoro.
Francesco Baicchi, responsabile del “settore informatica” racconta: “ …e noi accompagnammo una volta una delegazione di sindacati dell’Europa dell’est che rimase abbastanza sorpresa, perché questo metodo di organizzazione dava molta libertà anche di movimento alle persone, che potevano interrompere, fare soste, durante la giornata di lavoro. Entrati nello stabilimento ci chiesero se per caso era un giorno di sciopero; e noi dovemmo spiegargli che no, era un normale giorno di lavoro; e uno dei dirigenti dell’azienda che ci accompagnava, rincarò la dose dicendo che quel tipo di organizzazione del lavoro che dava così tanta libertà, aveva anche portato a un incremento di produttività del 15 per cento. Devo dire che la delegazione sovietica rimase molto sorpresa e, credo, forse non ci ha mai creduto a quello che gli dicevamo”.
(…) A Olivetti si debbono contributi decisivi nello sviluppo dell’urbanistica, del design, della psicologia del lavoro oltre che in campo culturale. La casa editrice da lui fondata dopo la guerra pubblicò i testi di filosofia, psicologia, sociologia, architettura fino ad allora proibiti dal fascismo.
In azienda venivano regolarmente invitati a operare, creare e a volte a dirigere pittori, artisti, poeti.(…)
In un’officina dello stabilimento di Ivrea fa bella mostra di sé uno splendido e immenso affresco di Renato Guttuso intitolato Boogie-Woogie: un tripudio di colori di donne e uomini che ballano insieme gioiosi.
Come sede per la “Scuola di formazione commerciale”, Adriano sceglie una villa prestigiosa, circondata da uno splendido parco mediceo, perché: “vivere a contatto con la bellezza vi aiuterà ad essere uomini migliori e a dare il meglio anche nel lavoro che vi aspetta”. Tra le materie fece inserire educazione civica, letteratura e storia dell’arte.
L’Olivetti accoglieva inoltre dirigenti che provenivano da altre aziende dove non erano politicamente graditi, ed era l’unica in Italia che assumeva i preti spretati, in totale controtendenza con il resto del Paese, in quanto il Vaticano aveva dato l’ostracismo a chi lasciava la tonaca.
Ivrea era definita da alcuni l’Atene degli anni cinquanta.
Non è un’utopia, e non è un sogno. E’ la realtà di un’azienda realmente esistita in Italia, dal 1908, (anno della sua fondazione da parte di Camillo Olivetti, ereditata poi dal figlio Adriano nel 1924), fino all’estate del 2003, anno in cui l’azienda sparisce dalla Borsa in quanto fusa, per intercorporazione in Telecom….
Le idee di Camillo prima e soprattutto di Adriano poi, sono vissute insieme a loro, divenendo la realtà di un’azienda che, così come è stata fino alla morte di Adriano, ancora oggi sarebbe all’avanguardia nel panorama industriale mondiale, e la sua filosofia è tuttora studiata da sociologi ed economisti di tutto il mondo.
Dopo la morte di Adriano nel 1960, la Olivetti piano, piano finirà nelle mani di imprenditori con ben altre idee, e che la porteranno alla sua fine.
Carlo De Benedetti, alla guida dell’azienda dal 1978, in un’intervista a Il Sole 24-Ore del 27 maggio 1984 dichiara: “Al management erano state date in pasto delle cose alternative rispetto ai valori, a mio parere fondamentali soprattutto per il top management, che sono le responsabilità di far funzionare quella macchina che ho definito un insieme di uomini e mezzi per produrre ricchezza. Poi magari gli dici che l’azienda esprime una cultura, ma queste sono normalmente delle palle che vengono raccontate per dare un contenuto sostitutivo all’assenza dei messaggi fondamentali. Sia ben chiaro, io ritengo che queste cose sono delle magnifiche cose e che se un’azienda può, deve anche farle. Ma è una specie di piacere aggiuntivo che, personalmente, voglio togliermi nei limiti in cui lo posso fare”. Nella stessa intervista affermava di non aver conosciuto Adriano Olivetti ma di pensare che fra di loro “non ci fosse niente in comune”.
E di questo passo, che nessuna forza politica, nessun sindacato ha mai ostacolato veramente, siamo arrivati all’attuale mondo del lavoro. Dove si muore e si sta male. Dove le persone sono diventate “risorse umane”.
Penso che la differenza tra stare bene o male in un posto di lavoro non sia da cercare nelle Borse, nei Mercati azionari, nelle conseguenze della globalizzazione, e neanche nelle recessioni, (la Olivetti ha attraversato ben due guerre mondiali!). La diversità la fa il pensiero che antepone a tutto l’essere umano e la ricerca del suo benessere; la fa la persona che ha queste idee.
Neanche la scusa del profitto, che mai giustificherebbe la disattenzione nei confronti degli uomini, c’entra granché, visto che, in cifre, il successo di questa azienda sfiora l’incredibile: in poco più di un decennio, la produttività cresce del 500 per cento, il volume delle vendite, con l’apertura dei mercati esteri, aumenta del 1300 per cento e i profitti salgono alle stelle. La fabbrica di Ivrea prospera tanto, infatti, che l’aumento di produzione richiede l’apertura di nuovi stabilimenti. E Adriano Olivetti, anche questa volta, fa una scelta controcorrente: invece di utilizzare al nord l’abbondante manodopera rappresentata dagli immigrati provenienti dal sud, decide di aprire uno stabilimento nell’Italia meridionale, precisamente a Pozzuoli, dove l’industria era totalmente assente, creando un altro “gioiello olivettiano”. Nel discorso inaugurale dello stabilimento Adriano afferma che: “di fronte al golfo più singolare del mondo, questa fabbrica si è elevata, nell’idea dell’architetto, in rispetto della bellezza dei luoghi e affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro di ogni giorno. La fabbrica fu quindi concepita alla misura dell’uomo, perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza”.
Insomma, le crisi economiche, seppur vere, con cui ai giorni nostri si legittimano condizioni lavorative aberranti, sembrano proprio dei pretesti per porre in atto scelte e comportamenti tesi ad avvilire le persone, a togliere loro la dignità di essere umani innanzi tutto, e di lavoratori poi. Come se il fine ultimo, in definitiva, fosse proprio questo.
“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti?Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?”
Per Adriano il profitto non era certo lo scopo finale, al contrario esso doveva essere reinvestito per il bene della comunità, perché a lui interessava in primo luogo che le persone si sviluppassero, e che crescessero nel lavoro così come nella comprensione del valore della cultura. Mise in pratica quel “riformismo d’impresa”che, anche ai suoi tempi, dava fastidio un po’ a tutti, soprattutto ai suoi colleghi imprenditori.
Questo straordinario personaggio portò avanti lo stesso e da solo il suo pensiero contro corrente di fabbrica come comunità di spiriti liberi…,mettendo in pratica la sua idea di dignità del lavoro e di centralità dell’uomo…
Oggi appare stravagante parlare di questo, centralità dell’uomo e dignità del lavoro… idee che sembrano sparite dalla nostra cultura, anche perché da troppi anni nessun partito, nessuna sigla sindacale si è fatta carico di realizzare il proprio progetto su questo, al di là delle parole per lo più propagandistiche, ma spesso vuote e prive di contenuto; ideologie che cambiano solo i simboli senza riuscire a diventare idee.
E’ interessante notare che Adriano Olivetti fu duramente avversato anche dalla sinistra italiana dell’epoca.
C’era perfino chi tacciava lui e i suoi collaboratori di essere come i frati Trappisti: una setta che doveva portare avanti una certa missione nel Mercato e nell’Industria.
Chissà perché ogni qualvolta, in qualsiasi ambito, ci sia qualcuno che fa cose non per interesse personale, ma per gli altri, per il loro benessere, perché pensa che questa sia la sola realizzazione possibile, arrivano in massa, da tutte le parti, senza distinzione, a fare di tutto per bloccare, ostacolare qualunque tentativo di uscire dalle logiche di un potere fine a se stesso. Come se dovesse rimanere sempre tutto uguale, come se si dovesse obbedire ad un misterioso imperativo che obbliga all’infelicità. E quando proprio non si sa cosa dire, davanti a una realtà inconfutabile che dimostra il contrario, si tirano in ballo, sètte, guru e nazisti.
E’ singolare anche che la straordinaria esperienza di questa azienda non sia granché conosciuta ai giorni d’oggi. Se ne parla poco, nelle scuole non ne viene fatto il minimo accenno, i libri, che tuttavia escono numerosi sull’argomento, passano per lo più sotto silenzio.
Eppure oggi sarebbe una bussola importante per orientarsi a cercare un percorso verso un mondo del lavoro più umano, oltre che per la preziosa conoscenza di un uomo speciale e di un’esperienza lavorativa forse unica in tutto il mondo.
Camillo prima, e Adriano poi, ci hanno fatto l’enorme regalo di dimostrare con i fatti che è possibile pensare a questa parte fondamentale della nostra vita, che è il lavoro, come a una grande opportunità di crescita culturale e umana. Mai come ora sapere questo è di fondamentale importanza, e visto come vanno le cose in tutto il mondo, e a quante piccole e grandi fabbriche d’infelicità ci sono, si dovrà presto ricominciare a pensare diversamente.
Devo ammettere che c’è voluto coraggio per parlare di malessere psichico nei luoghi di lavoro, quando le cronache tutti i giorni ci raccontano di persone che sul lavoro ci perdono la vita. Ma il fatto è che penso che l’una e l’altra cosa sono figlie della stessa indifferenza. Quell’assenza di interesse per gli esseri umani che può portare solo al lungo e desolato corridoio, e ai morti bruciati della Tyssen Krupp.
L’Ufficio che sta lì, lì per chiudere, finalmente ha chiuso.
Ora noi siamo stati suddivisi in altri posti. L’incubo è finito e siamo tutti più sereni, anche se, non posso fare a meno di notare che, sarà un caso, ma siamo diventati stranamente dei solitari; tendiamo a starcene rintanati nelle nostre stanze e a intrattenere pochi rapporti nell’ambito lavorativo. Forse è solo un piccolo segno di quella brutta esperienza che c’è rimasto addosso e che col tempo, sono sicura, passerà.
L’uomo dell’autopsia invece è tuttora ricoverato in una clinica psichiatrica, difficilmente ne verrà fuori, e sicuramente al lavoro non farà più ritorno. Malato lo era già certamente, ma la triste vicenda giudiziaria gli ha dato il colpo finale.
Sarebbe bastata solo un po’ di attenzione in più per evitargliela.