Chi ha meno di quarant’anni forse non lo ha mai sentito neanche nominare. Eppure la sua storia - la storia di Fulvio Croce, perché è Lui che voglio ricordare oggi - andrebbe raccontata ai giovani ed a tutti coloro che pensano che l’Italia sia un Paese solo di codardi, ignavi ed indifferenti.
Fulvio Croce, avvocato torinese, era da 8 anni presidente del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Torino, quando nel Maggio 1976 ebbe inizio il primo processo al nucleo storico delle Brigate Rosse.
Alla prima udienza di quel processo, succede un fatto mai verificatosi prima in Italia, forse anche nel mondo: tutti gli imputati revocano il mandato ai loro difensori di fiducia e minacciano di morte i legali che avessero accettato la nomina come difensori di ufficio. Alla successiva udienza, il presidente della Corte d’Assise di Torino Guido Barbaro, constatate le difficoltà di pervenire alla nomina di difensori per gli imputati, incarica della difesa d’ufficio l’avvocato Fulvio Croce, nella sua qualità di presidente del consiglio dell’ordine torinese.
Croce, pur non avendo alcuna dimestichezza con il processo penale (è un fine civilista), riunisce un gruppo di altri colleghi e la mattina successiva è presente in aula ad assumere la difesa di coloro che di lì a qualche minuto leggeranno questo comunicato: “Gli avvocati nominati dalla corte, sono di fatto, avvocati di regime. Essi non difendono noi ma i giudici. In quanto parte organica e attiva della controrivoluzione, ogni volta che prenderanno iniziative a nostro nome, noi agiremo di conseguenza”.
Il processo alle BR, uno di quei processi che rimarranno scolpiti nella storia giudiziaria italiana, rimase sospeso, per diversi problemi procedurali, dal 16 Settembre 1976 al 3 Maggio 1977. Croce è sempre più determinato a far parte del collegio di difesa per adempiere il proprio dovere, nonostante qualche amico e collega lo inviti a tirarsi indietro. Qualche giorno prima della ripresa del dibattimento, dopo essersi accorto d’essere costantemente pedinato per strada, l’avvocato Croce confiderà ad un amico: “questa volta mi ammazzano”.
Quattro giorni dopo, giovedì 28 Aprile, in una brutta giornata di pioggia, alle tre del pomeriggio, l’avvocato Croce, dopo aver parcheggiato la sua auto, appoggiato al suo bastone sta per rientrare nel suo studio in un vecchio palazzo del centro di Torino, quando si sente chiamare, “avvocato”: non fa in tempo nemmeno a voltarsi che gli sparano alla schiena cinque colpi di pistola. Così viene assassinato il 76enne presidente degli avvocati torinesi.
I suoi colleghi, dopo alcuni giorni di naturale sbigottimento e smarrimento, riprendono il loro posto nella difesa degli imputati. Sono avvocati, alcuni molto giovani, che onorando la memoria del loro presidente, comprendono e pubblicamente testimoniano di non potersi tirare indietro, permettendo così la regolare celebrazione di quel processo. Difendendo quegli imputati - che pure avevano rivendicato l’omicidio del loro presidente – difendono ed onorano la loro dignità di avvocati e di cittadini, scrivendo così, nel nome di Fulvio Croce, indubitabilmente una delle pagine più belle dell’avvocatura italiana.
Il sacrificio di Fulvio Croce e il comportamento dei colleghi che ne seguirono l’esempio – ancor più edificante se si considera che tutto ciò avveniva in un clima in cui importanti intellettuali italiani pubblicavano solennemente lo slogan “né con lo Stato, né con le Br” – furono una risposta alla viltà e all’indifferenza che pure imperava in quel momento storico nel nostro Paese. Ma era anche l’ineccepibile, civilissima e forte risposta a chi era soltanto un assassinio che sparava a uomini soli e, talvolta, anche disabili. I terroristi, in preda al loro delirio, nel rivendicare l’assassinio di Fulvio Croce, diranno che hanno ucciso “non la persona ma la funzione”. Gli spararono alla schiena, ma quella schiena rimase dritta e non si piegò neanche sotto quella gragnuola di colpi.
E quando – dopo aver superato altre vicissitudini, in primo luogo la formazione della giuria popolare, per la formazione della quale si dovette far ricorso a ben 157 estrazioni, stante la rinuncia di ogni giurato che veniva estratto per ‘sindrome depressiva’ – il 17 Giugno 1978 il processo giunge regolarmente alla conclusione, gli avvocati non pronunciano arringhe, ma consegnano alla Corte un documento finale letto in aula dall’avvocato Gabri, presidente dell’ordine succeduto a Croce. Al termine della lettura, l’avvocato Gabri legge i nomi dei difensori d’ufficio che l’hanno sottoscritto, ciascuno di loro si alzò in piedi, esponendo la toga agli imputati che avevano rivendicato l’uccisione di Croce. In quei momenti di intensa emozione, "ho visto – ricorderà anni dopo il presidente della Corte, Barbaro – per un attimo profilarsi alle loro spalle la figura di Fulvio Croce".
Nel Dicembre 1977 fu conferita alla memoria di Fulvio Croce la medaglia d’oro al valor civile. L’aula magna del palazzo di Giustizia di Torino è dedicata all’avvocato Croce e nella lapide commemorativa che lo ricorda vi è scritto che “affrontò consapevole morte” affinché la Giustizia “riprendesse pacifico imperio”. Frase tragicamente più vera non poteva esserci.